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a cura di Alberto Pattini

Eugenio Prati, pittore di genere e del connubio spirituale tra uomo e natura, primo di quattordici figli, nasce a Caldonazzo in via Case Nuove al n.254, ora via Roma n. 36 (Fig. 1), il 27 gennaio 1842 da Domenico Prati e da Lucia Garbari.

L'albero genealogico della famiglia risale al XIV sec. e fa riferimento al capostipite Giovanni a Pratis, di Cincta (Centa); in seguito i Prati si trasferiscono a Caorso nella piana di Caldonazzo fino al 1758, anno in cui è distrutto per evitare le continue inondazioni del torrente Centa e poi a Caldonazzo in via Case Nuove.

Presso un discendente Prati è conservato un pregevole olio su tela firmato "De Pratis" dal titolo "San Sebastiano" (Fig. 2), databile intorno al XVII sec., a dimostrazione della vena artistica della famiglia.

Il padre Domenico Prati, soprannominato Meneghin, (Fig. 3) nasce a Caldonazzo il 22 settembre 1808, ultimo figlio maschio di Stefano Prati e di Lucia Zamboni. Studia a Trento al ginnasio assieme al barone don Giovanni a Prato di cui diviene amico. Si diploma geometra, diventa costruttore edile ed in particolare costruisce e vende a Caldonazzo molte delle abitazioni site in via Case Nuove. È anche possidente terriero ed agricoltore specialmente nel campo dei bachi da seta e del grano. In località Centa, alla periferia di Caldonazzo, costruisce un molino ad acqua per la produzione della farina che commercia. Edmondo Prati descrive il molino in una lettera inviata da Montevideo al cugino Carlo nel 1969, anno precedente la sua morte: "Il nonno Meneghin (soprannome di Domenico Prati) lo aveva costruito con criterio moderno di quel tempo; aveva al piano terreno il molino completo con tutti i suoi accessori, ed al primo piano, tre grandi stanze, con finestre alte e larghe, con i loro scuretti, un tinello ampio, una piccola sala di entrata e una vasta cucina con fornasella a legna, grande e comoda, con forno grande e buono, e un complemento di mattoni per mettere sotto la legna, un secchiaio e due grandi crassidei di rame stagnati ecc. ecc.".

Si sposa con Lucia Garbari a Caldonazzo nella chiesa di San Sisto il 22 febbraio 1841 alla presenza dei testimoni di nozze, il dott. Giovanni Battista de Egger e l'avv. Carlo Capolini di Levico. Il matrimonio è celebrato dal fratello maggiore arciprete e parroco di Calceranica don Giacomo Prati (1782-1854).

Domenico commercia anche vino assieme al fratello Stefano e nel gennaio 1859 avvia a Venezia una bottega di vini con gran successo, come ci viene da lui raccontato in una lettera dell'11 gennaio 1859 conservata presso l'Archivio Prati di Ivano Fracena: "...Sabato 8 corrente di sera, dopo allestito in bell'ordine il locale, abbiamo dato luogo all'apertura, ed incominciato a vendere. La concorrenza fu tale da spaventarci, ma restai sorpreso dall'abilità del nostro cameriere Martinelli nel disimpegno del suo servizio; colla nostra assistenza la cosa è andata in ordine. La domenica partimente grande concorso, jeridì non se ne parla, poiché più di cinquecento persone sono entrate in magazzino ed hanno bevuto...". Muore a Caldonazzo l'11 novembre 1867 lasciando la famiglia in un grave dissesto economico, dovuto al mancato pagamento di una gran partita di vino venduta all'ingrosso a Venezia.

La madre Lucia Garbari (Fig. 4) viene alla luce l'11 giugno 1819 da Giuseppe Garbari di Vezzano e da Lucia de Negri di San Pietro di Calavino. Suo fratello, Gioacchino Garbari, (1824-1888), è noto per il suo patriottismo irredentista e per essere stato sindaco di Caldonazzo per molti anni. Gioacchino, proprietario di una filanda, di molti terreni agricoli e dell'Hotel Caldonazzo, si sposa con Placida Gasperi nel 1862 ed è costretto all'esilio nell'agosto del 1866 durante la terza guerra d'indipendenza per evitare l'arresto dopo la ritirata del gen. Giacomo Medici e delle sue truppe, reo per aver ospitato e festeggiato con gli ufficiali italiani presso il suo hotel ora sede del Kinderdorf.

Il 9 agosto 1866, il giorno prima della ritirata degli Italiani, nasce la figlia Laura Garbari che in seguito il 16 luglio 1896 sposa Leone Prati, fratello di Eugenio ed emigra con il marito in Brasile ad Uruguaiana.

Il nonno paterno di Eugenio, Stefano Prati (Fig. 5), nato il 16 febbraio 1763, sposa dapprima Caterina Tomasi da cui ha il primo figlio don Giacomo Prati e poi, in seconde nozze, Lucia Zamboni che da alla luce otto figli: Giuseppe, Stefano, Domenico e cinque femmine. Si racconta che, divenuto sindaco di Caldonazzo dall'aprile 1797 all'aprile 1798 e Consigliere comunale fino al 1805, sia stato depredato insieme ai membri del Consiglio comunale il 6 settembre 1796, durante la prima invasione napoleonica, delle scarpe e delle calze dai francesi, ai quali era andato incontro al capitello dell'Ulba per un omaggio che avrebbe dovuto invano mitigare le loro intenzioni. Muore all'età di settantasette anni il 6 marzo 1840.

Si narra in famiglia che nel 1801, durante la terza invasione napoleonica del generale Mc Donald, un soldato francese, entrato nella casa Prati di via Roma per rubare, abbia rotto con la baionetta un cassetto di uno dei due cassettoni della sala da pranzo, dove erano custoditi gli ori della famiglia. Si racconta che una sorella di Stefano sia stata amputata di alcune dita per opera del soldato mentre cercava con una mano di impedire l'apertura del cassetto. Si tramanda che l'accaduto sia stato denunciato e che per questo reato il soldato sia stato fucilato. Il cassettone, ancora lesionato, è quello dipinto da Eugenio Prati nel 1880 nell'opera "Abile" in occasione della partenza per il servizio militare del fratello Giulio ed ora si trova a Roma presso un discendente.

Dal matrimonio di Domenico e Lucia Prati nascono quattordici figli, quattro dei quali, Fausto Ignazio (1843-1846), Stefano Ignazio (1846-1846), Carolina (1853-1854) e Melania (1856-1856) muoiono in tenera età, mentre gli altri dieci sono: Eugenio (1842-1907), Maria Luigia (1845-1931), Leone (1847-1922), Isabella (1849-1938), Stefano Probo (1850-1928), Anna Maria (1851-1920), Anacleto (1856-1934), Giuseppe Benedetto (1858-1944), Giulio Cesare (1860-1940), e Michelangelo (1865-1915). Le due sorelle, Luigia (Fig. 6) e Isabella (Fig. 7) sono state molto legate al fratello maggiore Eugenio.

Il penultimo fratello di Eugenio Giulio Cesare (Fig. 8), nato a Caldonazzo in via Case Nuove il 19 dicembre 1860, è stato un valente pittore di genere e di paesaggio. Comincia a dipingere prediligendo il paesaggio agli interni come dimostra la cronologia approssimativa dei suoi dipinti realizzati intorno al 1882 ("Tramonto sul lago", "Alba sul lago di Caldonazzo", "Riflessi sul lago").

A ventiquattro anni nel 1885, su sollecitazione del fratello, s'iscrive all'Accademia di Belle Arti di Brera a Milano e segue i vari corsi annuali di Raffaele Casnedi e Ferdinando Brambilla.

Nel 1885 partecipa all'esposizione della Promotrice di Belle Arti di Firenze con due sue opere che sono premiate: "Il fuoco si spegne" del 1883 e "Non so la lezione" del 1885.

Al terzo anno dell'Accademia nel corso di prospettiva vince nel 1887 un premio con medaglia d'argento per l'opera "La chiesa di S.Antonio di Milano" e, grazie a questo premio, riceve una borsa artistica di studio di 500 fiorini della durata di tre anni elargita dalla Giunta Provinciale Tirolese di Innsbruck per continuare gli studi a Milano sotto la guida di Giuseppe Bertini.

Partecipa nel 1891 alla prima Esposizione Triennale di Brera, insieme al fratello Eugenio, con la tela "Tralcio d'uva" ed ottiene encomi speciali. Luigi Chirtani in "L'Illustrazione Italiana" così descrive il dipinto: "L'uva di Giulio Prati, col tordo morto sotto un grappolo nero, par fatta da un olandese, e non è meno disinvolta di quella che ha più indietro il Sottocornola".

Nel 1893 prende parte a maggio all'Esposizione tirolese di Innsbruck con l'opera "La vendemmiatrice-Autunno" del 1893, acquistata dal Museum Ferdinandeum di Innsbruck e nel 1895 partecipa all'Esposizione Promotrice di Firenze e alla prima Esposizione Biennale Internazionale d'Arte di Venezia insieme al fratello Eugenio con la tela "Uva e il nido".

Alla fine del 1895 emigra in Brasile e poi in Argentina a Buenos Aires aprendo uno studio a Calle Florida dove da lezioni di pittura e di composizione. Durante la sua permanenza in Argentina partecipa all'Esposizione Internazionale della Colmena Artistica a Buenos Aires nel 1897, conseguendo la medaglia di bronzo e nel 1898 vincendo il primo premio con "Dittico d'uva".

Nel 1898 ritorna a Caldonazzo per sposarsi il 23 aprile con Maria Antonietta Conci con la quale rientra in Argentina verso la fine del 1898 a Belgrano, città distante dieci chilometri da Mendoza dove inizia a lavorare come professore personale di pittura di don Domingo Tomba, fratello di Antonio, re del vino e possidente di una grande azienda vitivinicola.

Nel 1903 ritorna a Caldonazzo e, costretto dalle difficili condizioni economiche della famiglia e su pressione delle sorelle Luigia e Isabella, s'impegna nella conduzione economica del molino di famiglia che trasforma da artigianale ad industriale, trascurando la sua passione artistica.

Da questo momento Giulio sporadicamente dipinge e torna ad esporre solamente nel 1910 al Salon degli artisti di Parigi con l'opera "Dittico d'uva". Durante la Prima Guerra Mondiale il 2 giugno 1915 Giulio riceve l'ordine perentorio di abbandonare entro tre giorni la casa-molino e di trasferirsi, con tutta la famiglia, in Moravia a Slusovice, condividendo le sorti di molti abitanti della Valsugana.

Conclusa la guerra, nel gennaio del 1919 nel freddo di un gelido inverno a quasi sessant'anni, ritorna a Caldonazzo dove trova il molino completamente distrutto. La casa viene ricostruita ed inaugurata il 23 aprile 1923, anniversario delle nozze d'argento di Giulio e di Maria. In questi anni si dedica principalmente all'agricoltura pur non tralasciando l'attività artistica, che lo vede impegnato soprattutto nella pittura di nature morte e di paesaggi.

Nel 1924 dipinge "Inverno a Caldonazzo", splendido quadro raffigurante la piana di Caldonazzo che dal molino Prati porta in paese, imbiancata di neve con le rosee montagne del Pizzo e di Cima Dodici ritratte sapientemente al tramonto, di cui esiste una successiva versione del 1937. Muore nel paese natale, al molino Prati, all'età di ottant'anni, il 25 novembre 1940.

Un altro noto pittore della famiglia Prati è Romualdo Prati (Fig. 9), nipote di Eugenio, nato il 3 febbraio 1874 a Hofgarten presso Salisburgo in Austria da Stefano Probo Prati (1849-1938), fratello di Eugenio e da Natalia Fianick, nativa di Praga.

Romualdo Prati è stato l'unico artista trentino a vivere dieci anni a Parigi nel vivacissimo quartiere latino in pieno periodo della Bella Époque ed è stato anche l'unico, originario della nostra terra, a partecipare per dieci anni al Salon degli artisti di Parigi ed a vincere una medaglia d'oro nel 1907 e due medaglie d'argento.

Dopo un anno la sua famiglia si trasferisce a Caldonazzo, dove trascorre la sua giovinezza con il fratello Rinaldo più giovane di un anno, frequentando gli zii Eugenio e Giulio Cesare.

Nell'autunno del 1890, mentre lo zio Giulio termina i suoi studi all'Accademia di Brera a Milano, su consiglio dello zio Eugenio s'iscrive all'Accademia di Belle Arti di Venezia, seguendo gli studi del maestro Pompeo Molmenti. In questa città si guadagna due premi con medaglia e un diploma nei concorsi banditi dall'Accademia.

Nel 1895 raggiunge il padre Stefano Probo, la madre e gli zii Leone e Anacleto emigrati in Brasile, con la speranza di trovare lavoro dal momento che in Sud America vi sono molte possibilità lavorative per gli artisti.

A Porto Alegre, capitale del Rio Grande del Sud, dove vi rimane per dieci anni, riesce ad avere un incarico d'insegnante in una scuola di pittura e dipinge molti ritratti su commissione.

Nel 1898 partecipa all'esposizione nazionale di Rio de Janerio con il suo dipinto "Guarda, guarda" ottenendo la medaglia d'oro e nel 1901 partecipa all'esposizione di Porto Alegre con l'opera "Calzoni vecchi, buchi nuovi" vincendo la medaglia d'argento. Nel 1902 concorre nuovamente all'esposizione nazionale di Rio de Janerio con l'opera "Dolce far niente" ed ottiene nuovamente la medaglia d'oro. Nello stesso anno conosce e s'innamora della nobile d'origini portoghesi Olga de Carvalho e, nonostante sia osteggiato dai suoi genitori, decide di sposarla e dal matrimonio nascono Ofelia (1903) e Susanna (1912-1998).

Nel luglio 1904 arriva a Parigi e s'iscrive all'Accademia di Belle Arti frequentando i corsi dell'eccellente pittore e maestro Ferdinand Humbert, dedicandosi prevalentemente al ritratto ma anche immortalando alcuni angoli caratteristici della città.

Partecipa come allievo anche all'Accademia privata del famoso pittore simbolista francese Eugène Carrière (1849-1906), frequentata da Henri Matisse e Andrè Derain.

Finiti i tre anni d'Accademia apre uno studio, che non lascia mai fino all'estate del 1909 quando decide di passare alcuni mesi a Caldonazzo, e si crea una tale buona fama, che i migliori nomi della società parigina si rivolgono a lui per farsi fare il ritratto.

Sempre nel 1906 partecipa all'Esposizione nazionale di Milano per l'inaugurazione del valico del Sempione con "Uva" e "Spiaggia del Gualryba - Brasile".

Anche nel 1907, anno in cui muore a Caldonazzo lo zio Eugenio, concorre all'esposizione del Salon degli artisti francesi con il quadro "Un accidente" ottenendo la medaglia d'oro.

Nel 1908 sempre al Salon vince la medaglia d'argento con l'opera "Venditrice di frutta" e nel 1910 partecipa nuovamente al Salon con "Dolce far niente" dove vince la medaglia d'argento.

Durante le sue vacanze estive a Caldonazzo si dedica prevalentemente alla pittura di paesaggio della Valsugana e ritrae: "Il monte Pizzo da Vattaro", "Primavera sulle pendici del lago", "Il lago di Caldonazzo" e gli scorci caratteristici di case rustiche di Calceranica, Levico, Bosentino e Caldonazzo.

Nel 1911 partecipa a maggio al Salon di Parigi con la tela "Abbeveratorio". Nel luglio del 1914 ritorna a Caldonazzo per le vacanze estive e, scoppiata la Prima Guerra Mondiale, decide, nel gennaio del 1915, di recarsi in Italia e precisamente a Venezia attraverso la Svizzera, dove rimane alcuni mesi. Successivamente, raggiunto dalla moglie Olga e dalle due figlie si trasferisce a Firenze dove soggiorna fino al 1919.

A Firenze dipinge "Ponte Vecchio", diversi scorci del fiume toscano come "Arno a Firenze" e rustici di campagna.

Nel 1919, dopo una breve permanenza a Caldonazzo in cui immortala la distruzione del paese nel dipinto "Rovine di Caldonazzo", raggiunge Roma ed apre uno studio ed una scuola di pittura per stranieri in via Margutta 33.

Vive da solo, perché separato dalla moglie Olga e frequenta il circolo artistico romano la "Società dei XXV" in compagnia del celebre pittore Camillo Innocenti e dell'antiquario, poeta e scrittore Augusto Jandolo.

Camillo Innocenti lavora tra il 1918 e il 1922 anche come scenografo per il cinema dei films "Redenzione", "Cirano", "I promessi sposi", "Ben Hur", disegnando scene e costumi e convince Prati a partecipare come comparsa moschettiere nel film "Cirano".

Dipinge molti paesaggi della campagna romana come "Covoni", "Meriggio in campagna", "Colline romane" e personaggi popolari abruzzesi in costume tradizionale tra cui "Donna in costume di Scanno" e "Ritorno dalla festa nuziale".

Nel 1926 partecipa alla III biennale d'arte della Venezia tridentina a Bolzano e nello stesso anno, in una galleria in via Condotti a Roma, organizza la sua ultima mostra personale.

Nel 1927 espone alla mostra di Padova istituita dal Sindacato Trentino di Belle Arti e nel 1928 espone a Trento nel Palazzo del Governo alla prima Mostra d'Arte Trentina con sei opere. In estate ritorna in Trentino a Villa Agnedo, sofferente ed ammalato, in compagnia del cugino Angelico; alcuni mesi dopo muore all'età di 56 anni a Roma il 16 settembre 1930 all'ospedale Santo Spirito dopo un breve ricovero, mentre si accingeva a recarsi in Brasile per un'esposizione delle sue opere.

Un altro artista della famiglia è stato lo scultore Edmondo Prati (Fig. 10), nato a Paisandù in Uruguay il 17 aprile 1889 da Michelangelo Prati (1865-1915) e dalla brasiliana Carolina Mattjè (1864-1951), nipote di Eugenio e Giulio Cesare, fratello gemello del pittore Eriberto (Fig. 11) (1889-1970) e fratello del musicista Italo (1899-1982), violinista nell'orchestra di Toscaini alla Scala di Milano (Fig.12). Nel 1891 la famiglia rientra a Caldonazzo ed Edmondo, seguendo gli insegnamenti degli zii Eugenio e Giulio artisti affermati, si avvicina all'arte e s'iscrive con il fratello Eriberto alla scuola d'arte e dell'artigianato di Trento. Nel 1903 partecipa ad una prima mostra all'Hotel Caldonazzo della famiglia Garbari, dove, insieme al fratello gemello, presenta dei bozzetti di creta. Nell'autunno del 1907 a diciotto anni riparte per il Brasile assieme al fratello gemello Eriberto, soggiornando per tre anni ad Uruguayana nella casa del padre, trasferendosi a Salto in Uruguay nel 1910. Nel 1911 assieme al fratello Eriberto costituisce una società di pittura e decorazione "Fratelli Prati" decorando i principali edifici pubblici di Salto come per esempio l'Ateneo e il Palazzo Gallino, ora sede del Museo di Belle Arti di Salto. Sposa Teresita Scanavino (1888-1963) che da alla luce due figli, Mila (1915-1921) e Gabriele (1916-1922). Ritorna in Italia nel 1920 con la moglie Teresita ed i figli per iscriversi all'Accademia di Brera che frequenta fino al 1927, aggiudicandosi ogni anno il primo premio e conseguendo il titolo accademico con il primo premio e la massima lode.

Nel 1925 esegue il busto di bronzo dello zio "Eugenio Prati" che è inaugurato in piazza Municipio il 30 agosto 1925 e due anni dopo, nel 1927, realizza il "Crocifisso" per la cappella del cimitero di Caldonazzo, il busto di bronzo di "Damiano Graziadei", collocato in largo Graziadei a Caldonazzo e del bis cugino "Lorenzo Prati" (1842-1899), giudice distrettuale a Borgo Valsugana, conservato presso una nipote di quest'ultimo.

Conclusa l'Accademia perfeziona i suoi studi a Milano studiando con i pittori Bignami, Alcide Ernesto Campestrini e con lo scultore Graziosi e poi si trasferisce a Firenze, Roma e visita gran parte dell'Europa per conoscere meglio la scultura dell'epoca.

L'Accademia di Brera gli commissiona l'incarico per l'esecuzione di un busto del "Re Vittorio Emanuele" per il salone dell'Accademia.

Nel 1930 ritorna a Montevideo per poi rientrare in Italia come inviato del Ministero dell'Istruzione in missione ufficiale dal 1931 al 1937. A Montevideo realizza grandi statue di bronzo e rilievi allegorici per i grandi portali del salone dei Passi Perduti del Parlamento uruguaiano e per il Palazzo di Giustizia dal titolo "La battaglia di Las Pedras".

Nel 1932 scolpisce i busti di bronzo della moglie Teresita dal titolo "Vento del Sud", conservato a Trento nel Museo d'Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto presso il Palazzo delle Albere e del prof. "Raffaello Prati", conservato a Caldonazzo in collezione privata. Nel 1936 partecipa alla XX Biennale di Venezia con l'opera "Gaucho uruguayano" e all'Esposizione universale di Parigi del 1937 vince la medaglia d'argento con l'opera "Quattro esemplari di cavalli di varie razze". Ritornato in Uruguay nel 1937 partecipa al I Consorso nazionale per il monumento a "Josè Enrique Rodò", vincendo il primo premio e nello stesso anno ottiene il primo e secondo premio al concorso per il modello della medaglia ufficiale del salone Nazionale delle Belle Arti organizzato dal Ministero dell'Istruzione.

Edmondo Prati nel 1938 vince a Montevideo il Concorso nazionale per il monumento "Ai fondatori della patria". Nel 1940, per incarico del Municipio della città di Salto, realizza il monumento del "Generale Josè Artigas" e scolpisce un "Crocifisso" di bronzo conservato nella Cattedrale di Salto. A Montevideo, nel dicembre del 1943, vince il concorso per il monumento al "Generale San Martin" che realizza in seguito.

È autore nel 1944 del primo monumento al "Generale Artigas" in Argentina, del busto dello stesso generale nella città di Avana a Cuba (1946) e nelle città argentine di Corrientes (1958) e di Paranà (1959), a Guayaquil in Ecuador ed a San Salvador.

Nel 1950 realizza una lunetta di bronzo "A ricordo delle zie" e nel 1951, in seguito alla morte della madre, il bronzo "Per i miei genitori" entrambi collocati nel cimitero di Caldonazzo.

Nel 1957 è autore della statua di bronzo del "Generale Garibaldi" per la città di Dolores in Uruguay. Opere di Edmondo si trovano nel Museo italiano a Buenos Aires, nel Museo Edmondo ed Eriberto Prati di Salto e nei Musei nazionali dell'Uruguay; al Castello del Buonconsiglio di Trento si possono ammirare tutte le medaglie da lui realizzate e il busto di bronzo di "Cesare Battisti", nel Museo d'Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto il busto di bronzo "Vento del Sud" (la cui modella è la moglie Teresita) e nella Biblioteca comunale di Caldonazzo il busto di bronzo di "Michelangelo Buonarroti" (1931).

Oltre a dedicarsi alla produzione artistica scultoria ha svolto i seguenti incarichi: capo conservatore e direttore dell'Ufficio Artistico del palazzo del Parlamento a Montevideo dal 1946 al 1956, professore titolare di disegno e scultura e poi direttore per concorso della Scuola d'arti applicate dell'Università del Lavoro dell'Uruguay; inoltre è stato membro della commissione nazionale uruguaiana di Belle Arti dal 1938 al 1945 e poi a partire dal 1957 fino alla morte. Scompare il 24 novembre 1970 a Montevideo all'età di ottantuno anni e le ceneri, assieme a quelle della moglie e dei due figli, riposano nel cimitero di Caldonazzo.

Un breve accenno alla pittrice della famiglia Ida Prati (Fig. 13), bis nipote e allieva di Eugenio, nata a Borgo Valsugana nel 1885 da Lorenzo Prati (1842-1899), giudice distrettuale a Borgo Valsugana e da Maria Floriani (1860-1941). Internata insieme alla madre a Katzenau nel 1916 perché ritenuta politicamente pericolosa dal momento che aderiva alla Lega Nazionale, dopo la guerra si sposa con il dentista dott. Carlo Lachmann e vive a Trento in piazza Silvio Pellico, dove scompare il 26 febbraio 1929 all'età di quarantaquattro anni. Romualdo Prati ha immortalato entrambi i coniugi Lachmann, Carlo e Ida, in due distinti ritratti ad olio su tela, recentemente apparsi nel 2007 all'asta presso la casa d'asta von Morenberg di Trento. Ida Prati ci ha lasciato dei pregevoli dipinti ad olio come "Madonna addolorata" eseguito a Katzenau il 29 agosto 1916 e regalato alla cugina Pia Prati a consolazione della morte della madre deceduta per malattia in campo di concentramento; ci sono pervenute altre sue opere interessanti come "Pastorella", "La laguna di Venezia" (Fig. 14), "Angioletto e l'asino", "Madonna con bambino", "Uva", "Ritratto di dama" oltre a numerosi acquerelli.

Tutta la famiglia Prati è stata di fede italiana partecipando attivamente all'irredentismo trentino e finanziando la Lega Nazionale.

La sezione della Lega di Caldonazzo è fondata nel 1903 e rimane attiva fino al luglio 1914, anno della sua soppressione in cui contava 130 sostenitori, e vede tra i suoi iscritti, oltre ad Eugenio Prati, molti membri della famiglia Prati: i fratelli Giulio, Anacleto, Benedetto e Michelangelo, il violinista e medico dott. Vittorio Prati, il cugino Giuseppe Prati (1851-1931) presidente della Lega di Caldonazzo, ex sindaco e proprietario di un gran magazzino all'ingrosso d'alimentari, con la moglie Angelina Perini e le due figlie Pia (segretaria della lega e ritratta in un dipinto ad olio nel 1906 da Eugenio Prati) e Bianca, internate poi con il padre e la madre a Katzenau, il cugino ex sindaco Gustavo Prati che ha inaugurato la stazione della ferrovia di Caldonazzo nell'aprile del 1896, Elia Prati, ex garibaldino con le due figlie Cesira ed Adina anch'esse internate a Katzenau, Clementino, Camillo, Giovanni ed Anita.

Benedetto Prati (1858-1944), musicista e fratello di Eugenio (Fig.15), sposato con Adile Marchesoni, fornaio, tabaccaio, per ben tre volte ha provato ad immigrare in Brasile ma ogni volta ha rinunciato per gelosia della moglie rimasta a Caldonazzo. Dirige l'orchestrina della Lega Nazionale di Caldonazzo dal 1903 al 1914, anno della sua soppressione. Molto spesso l'orchestra partecipa alle serate organizzate per beneficenza come quella del 1908 all'Hotel di Caldonazzo a beneficio delle vittime del terremoto di Messina, o quella del 10 febbraio 1912 sempre all'Hotel di Caldonazzo dove è organizzato un gran ballo riservato solo ai soci e ai famigliari aderenti alla Lega Nazionale con lo scopo di raccogliere denaro per i soldati italiani combattenti per la conquista della Libia e del Dodecaneso.

Il suo primo figlio Benedetto Mario (1888-1976), perito edile e musicista, è stato Presidente della banda di Caldonazzo e Presidente dell'Associazione sportiva del tiro alla fune vincendo il titolo regionale.

Anacleto Prati (1856-1934) anche lui musicista e macellaio, fratello di Eugenio, diviene Presidente della Banda di Caldonazzo dal 1910 fino al 4 luglio 1914, rimanendo nella direzione dopo la guerra per molti anni (Fig.16). Nel 1912 facevano parte della banda come musicisti anche Luigi Prati detto Gigiotti e Renato Prati.

Si vuole inoltre ricordare Michelangelo (1865-1915) (Fig. 17), l'ultimo fratello di Eugenio, musicista e padre dello scultore Edmondo, del pittore Eriberto e del musicista Italo, datosi alla macchia nel giugno del 1915 come partigiano filo-italiano con Emanuele Curzel per non essere internato a Katzenau ed ucciso il 13 dicembre, dopo sette mesi di latitanza. Muore durante lo scontro a fuoco con una compagnia di Landschützen al maso Brocher di Marter in località "Brustolai", mentre il Curzel riesce a salvarsi.

La loro azione di guerriglia e di sabotaggio è abilmente descritta da Mario Garavelli nel giornale "Il Brennero" del 18 luglio 1934: "Ha inizio una loro spietata guerriglia condotta con accanimento contro le opere militari austriache, guerriglia sorda ed ostinata, forse l'unica nel suo genere, sul fronte trentino.

Cavi telefonici e telegrafici tagliati, centraline di accumulatori distrutte, segnavia sviati, segnali capovolti, opere di rinforzo stradali crollate. Una volta spintisi fino alla fucine di Val Grande si munirono di seghe del ferro e poco dopo iniziarono il taglio dei cavi della teleferica di Monte Rovere, importante organismo per i servizi logistici dell'Altopiano.

Un infernale frastuono rimbombante nella vallata scosse gli abitanti di Caldonazzo e trovò spiegazione nel fatto che i vagoncini non più trattenuti dal cavo aereo, erano piombati nel fondovalle immobilizzando la teleferica per due giorni. La lotta senza quartiere fu condotta per mesi e mesi senza che gli standschützen riuscissero a por mano sugli audaci che imperterriti continuavano le loro gesta".

Dopo innumerevoli ricerche effettuate dal figlio Edmondo, la salma di Michelangelo è ritrovata ventuno anni dopo, solo il 4 febbraio 1936, sotto le chiome di un gelso presso una casa di un contadino di Barco, sfruttata durante la guerra come comando militare. Nell'aprile del 1936 viene organizzata una cerimonia di suffragio a Barco, nel luogo di ritrovamento della salma, con la presenza del figlio Edmondo e dei fratelli Isabella e Giulio; viene posto un cippo sul luogo del sacrificio come anche nel "Croz dell'Agola" sul monte Cimone.

Anche i figli di Eugenio, Angelico e Guido, sono stati dei personaggi che hanno eccelso nella cultura come scrittore il primo e come disegnatore il secondo.

Angelico Prati (Fig. 18), secondo figlio di Eugenio, glottologo e dialettologo, nasce ad Agnedo il 3 maggio 1883. Compiuti gli studi elementari e ginnasiali a Trento e nel collegio salesiano Manfredini di Este, ha studiato per qualche mese presso l'Università di Friburgo. Prima dello scoppio della guerra 1914-18 è stato professore ad Orvieto ed in seguito a Modena. Avuta la libera docenza in glottologia con una brillantissima laurea, è stato professore della materia all'Università di Pisa.

Il suo nome era conosciuto come esperto nelle maggiori Università europee ed americane, come lo testimoniano i numerosi messaggi pervenuti alla famiglia in occasione della sua scomparsa.

Nell'ultimo periodo della sua vita ha vissuto a Velletri dove aveva acquistato anche una casa. Ammalato, le nipoti Sandrina e Tosca hanno voluto riportarlo in Trentino ma durante il viaggio in treno muore, il 31 gennaio 1960 ed ora riposa nella tomba di famiglia nel piccolo cimitero di Agnedo.

Numerose sono state le sue pubblicazioni, riportate sul libro di Antonio Zanetel dal titolo "Dizionario biografico di uomini del Trentino sud-orientale" del 1978.

Guido Prati (Fig. 19), ultimo figlio di Eugenio nasce ad Agnedo l'8 novembre 1884 e muore il 31 luglio 1967 nel suo paese natale.

Ultimati gli studi superiori a Trento, prende parte come ufficiale volontario degli Alpini alla guerra 1914-18. Ritornato dalla guerra s'unisce ad una tribù zingara condividendone la vita libera e vagabonda.

È stato espertissimo suonatore di chitarra classica con la quale era solito dilettare i suoi compaesani nella piccola osteria di Agnedo ed anche un ottimo disegnatore e membro dell'Accademia di Vienna. Con Italo Cinti illustra il libro del fratello Angelico "Folclore Trentino per le persone colte e per le scuole medie" del 1925. Con il fratello Angelico collabora poi nella stesura di "Voci di gerganti, vagabondi, etc." del 1940, mettendo a frutto le osservazioni raccolte durante il periodo gitano. Presso collezionisti privati sono conservati numerosi disegni a china di pregevole fattura come "Veduta di Borgo Valsugana", "Castel Ivano", "La torre di Marter", "Incendio durante la ritirata degli italiani nel 1916", tutti firmati per esteso e in corsivo "Guido Prati" ed oli su tela raffiguranti paesaggi di montagna e nature morte o figure come "Signora con bambino nel parco".

Si è anche dilettato a scrivere poesie ed una sua poesia a noi pervenuta che celebra le lodi del "Valtinello", il vino delle colline di Fracena, che anticamente era consumato alla corte di Vienna, è pubblicata in "Poesie dialettali Valsuganotte" del 1969.

EUGENIO PRATI
POETA DELLA SPIRITUALITÀ E DELLE EMOZIONI

Il pittore Tullio Garbari nel 1927 nel catalogo della mostra di Prati a Milano presso la galleria l'Esame ritiene di poter iscrivere Eugenio Prati assieme a Giovanni Segantini e Bartolomeo Bezzi nella triade dei trentini più noti nel panorama pittorico dello scorso secolo.

È impossibile staccare il Trentino da Eugenio Prati: qui egli ha trovato tutti gli spunti e le ragioni della sua pittura; ma è soprattutto nell'aver amato così profondamente la sua terra, ch'egli si è salvato nel tempo come ogni autentico artista. Non avrebbe mai potuto dedicare al suo Trentino un'arte che non fosse viva e pura. Per questo dobbiamo ricordarlo e onorarlo degnamente", così finisce il suo saggio il pittore trentino Gino Pancheri nel 1942 nel centenario della nascita di Eugenio Prati.

I suoi dipinti sono d'elevato interesse pittorico, perché espressione di un'arte legata alla realtà quotidiana, al mondo rurale, contraddistinta da un inconfondibile stile personale che possiamo definire poetico e spirituale, poiché è rivolto alla ricerca della calda e rassicurante atmosfera del Trentino, ma anche di valore storico, poiché testimonianze d'usi, costumi e di luoghi ormai scomparsi della nostra provincia.

La sua singolare pittura piena d'entusiasmo per la vita riflette i movimenti contemporanei dell'arte ottocentesca interpretati in chiave lirica e spirituale. Eugenio Prati partecipa al realismo veneto assieme ai suoi compagni di studio dell'Accademia Giacomo Favretto, Guglielmo Ciardi, Luigi Nono e apprende gli influssi, soprattutto nei colori tenui e caldi, dei macchiaioli toscani Giovanni Fattori, Telemaco Signorini e Silvestro Lega che conosce nei tredici anni trascorsi a Firenze; viene ispirato dalla pittura dei fratelli Induno e della scapigliatura milanese di Tranquillo Cremona, compagno di studi a Venezia e di Daniele Ranzoni, riuscendo a liberarsi da queste molteplici influenze ed a individuare un linguaggio pittorico personale che conquista molto il pubblico e la critica dell'epoca proprio per la sua originalità nella varietà d'ispirazioni che raccoglie e che poi rinnova.

La sua notorietà è diffusa in tutta Italia grazie all'assidua presenza alle più importanti mostre nazionali di Venezia, Milano, Torino, Bologna, Genova, Firenze, Roma, Como, Verona, Gorizia, Trento e Palermo. Ottiene notevoli apprezzamenti e riconoscimenti anche alle esposizioni internazionali di Berlino, Monaco di Baviera, Chicago, Londra, Nizza, Parigi, San Pietroburgo e Vienna.

I migliori critici dell'arte a livello italiano di fine ottocento da Luigi Chirtani a Fontana, da Silvio Domenico Paoletti a Victore Grubicy gli riservano notevoli apprezzamenti e lo giudicano tra i migliori protagonisti dell'arte contemporanea italiana (in seguito nel testo saranno riportati i loro giudizi critici).

La critica d'arte Elisabetta Rizzioli in "Il Trentino" del 29 giugno 2002 nella recensione dell'Esposizione di Trento a Palazzo Geremia dal titolo "La magia e la poesia del Trentino nella pittura di Eugenio Prati" ritiene che Prati sia abilmente in grado di documentare: "L'intima arcadia di poetiche atmosfere trentine, il mistero della loro sacralità, paesaggi, frutta, fiori e vita quotidiana di paesani, contadini, pastori ritratti nella loro ombratile luce più propria, riverberati nel corpo stesso degli oggetti, ripensati attraverso un filtro di contemporaneità che spinge il pittore a cogliervi impressi i segni di un presente che non va vagheggiato intellettualisticamente, ma rilevato nella sua attualità e presenza nel tessuto stesso della campagna, nei corpi e nei volti dei trentini più veri e plebei, nelle loro case semplici e spoglie, e infine nell'avvicendarsi di impressioni stagionali - solari e felici o trascoloranti di ombra, nebbia e malinconia-, stati d'animo, ricordi di amori e abbandoni".

Uomo sereno, Eugenio Prati ha saputo ritrarre con spontaneità e brio la dura vita di campagna del tempo cogliendo gli stati d'animo, gli aspetti piacevoli e dolorosi della realtà. Nelle sue opere immortala i monti e i boschi della Valsugana e del Trentino, il lago di Caldonazzo, la laguna di Venezia, il territorio di Ala e la gente comune della nostra terra, stabilisce un continuo colloquio con la natura e lo spirito libero che lo contraddistingue lo porta ad un'espressione artistica che difficilmente possiamo circoscrivere ad una particolare scuola.

Chi meglio del suo amico pittore veneziano Silvio Paoletti dalle colonne del giornale "Alto Adige" nel luglio 1908 può descrivere il suo amore per la sua terra e il suo lago: "Lo si vedeva tante volte mentre gli altri andavano discorrendo di cose mondane che poco a lui importavano, fermarsi a guardare i paesaggi e descriverli con tanta vaghezza di frasi e di pensieri che egli pareva un vero poeta. E a qualunque forestiero che andava a cercare Eugenio Prati nella sua villetta modesta in Caldonazzo, non mostrava tanto volentieri i suoi quadri quanto il bel lago, le colline, le alte montagne alpine".

Eugenio non ama impiegare colori vivaci ed intensi, ma preferisce tonalità delicate e tenui degli indachi, dei rosa, degli ocra al fine di inserire la figura umana nell'ambiente circostante creando una splendida armonia tra uomo e natura.

I colori rarefatti ed evanescenti vengono da lui sovrapposti esaltando così la luminosità del quadro e conferendo un'atmosfera mistica quasi a rilevazione della presenza di Dio.

Dai dipinti di Prati traspare la fatica del duro lavoro giornaliero e la serena accettazione del proprio umile destino ma anche la profonda comunione con la natura le cui bellezze sono esaltate dal pennello dell'artista che le ritrae di solito in momenti cromaticamente suggestivi quali tramonti ed albe.

È in queste fasi della giornata in cui la luce del giorno non è nitida, ma è più delicata e tenue che i contorni di cose e persone si fanno meno marcati e la fusione figura-paesaggio è ancora più intensa.

Eugenio Prati è anche pittore della maternità e della femminilità. La figura femminile raramente posta in secondo piano nel quadro, è una presenza ricorrente e predominante nella produzione pratiana.

Nel testo critico di presentazione del Calendario 2003, curato dallo scrivente ed edito dalla Cassa Rurale di Trento dal titolo "La donna nell'arte di Eugenio Prati" si segnala: "I suoi quadri parlano d'eleganza, purezza e bellezza, di sentimenti forti e delicati che popolano l'universo femminile. Sapienti pennellate descrivono con eloquenze intense e contrastanti emozioni, atteggiamenti protettivi e responsabili verso i figli e la famiglia, ma anche fragilità e debolezze del cuore, le confidenze, le attese e le speranze, la disperazione per un abbandono e la gelosia per un tradimento. Sensazioni che sono la linfa vitale della realtà umana, a volte camuffate, contraffatte, nascoste per pudore, per vergogna, per paura e che Prati svela con estrema semplicità osservando le persone e leggendone il linguaggio del corpo".

Anche quando l'artista s'avvicina e tratta temi religiosi, non segue i canoni dell'iconografia classica ma umanizza i personaggi rendendoli il più possibile vicini al popolo umile della sua terra. Umanizza il divino e all'epoca per questo subisce anche critiche per il suo distacco dai canoni classici dell'arte religiosa.

La Madonna ha le sembianze delle sue modelle, Dosolina ed Elodia Ciola, della gente comune, Gesù del suo ultimo figlio Guido. Ma sono i paesaggi con le figure come "Saluto a Dio", "Riflessi lunari sul lago", "Suono dell'Angelus", "Amor mio", "Ave Maria", "Madonna dell'uva", Agnellino smarrito", "Fuga", "Poesia della montagna", "Consumatum est", "Le due madri" che ci trasmettono come la sua spiritualità è insita nella natura stessa, nei boschi, nell'acqua, nei prati, nella purezza dei suoi agnellini. Prati in questo si allontana dagli artisti contemporanei, diventando innovatore e ci lascia un Trentino puro dove la natura è un mezzo per avvicinarsi alla grandezza del creato, la speranza e la tranquillità interiore. Prati in Trentino ci ha lasciato una cospicua produzione artistica religiosa: "Pala di San Adalberto", 1873, Cappella di Villa Bernardelli, Gocciadoro di Trento, ora in deposito temporaneo presso il Castello del Buonconsiglio, "Pala dell'Immacolata", 1874, Aula magna del Seminario Maggiore di Trento, "Pala dell'Immacolata", 1875, Chiesa Arcipetrale di Strigno, che fu ritagliata da ignoti durante la ritirata austriaca del 1918, "San Vigilio", (1874), scomparso il 13 maggio 1944 durante il bombardamento del Seminario minore di Trento, "San Antonio da Padova", 1875, Chiesa parrocchiale di Lasino, "San Giuseppe", 1878, Chiesa parrocchiale di Villa Lagarina, "Cristo morto", 1881, Monastero delle Clarisse di Borgo Valsugana, "Addolorata", 1885, Chiesa dei Ronchi in Valsugana, scomparso durante la Prima Guerra Mondiale, "San Luigi", 1891, Chiesa Arcipetrale di Pergine in deposito presso il Museo Diocesano Tridentino, "Pala dei S.S. Cosma e Damiano", (1894), Chiesa parrocchiale della Vela di Trento, "Presepio o Natività" (1898), Chiesa San Sisto di Caldonazzo, "Fuga in Egitto", (1898), Chiesa San Giovanni di Ala, "Pala del Sacro Cuore di Gesù", (1901), Chiesa parrocchiale di Sopramonte.

Il pittore trentino Gino Pancheri (1905-1943) negli articoli apparsi su "Il Brennero" nel 1942 in occasione del centenario della nascita di Prati osserva con acutezza: "Come il Prati indugi sugli accenti, i trapassi, le notazioni di forma, affini le particelle, le variazioni tonali, s'insinui in ogni crepa, frughi ogni stesura con una sensibilità che è come un fascio di raggi solari attraverso una camera buia: le minuzie della impalpabile polvere vi si rivelano dentro e s'illuminano nel riverbero come se fosse oro".

Il pittore futurista trentino Umberto Maganzini (1894-1965) nel 1956 commentando la monografia su Prati di Maroni e Wenter precisa: "L'ho scorsa apprezzando l'amorosa passione con cui il Prati ha guardato alla vita semplice ed umile. Ho notato le preziosità degli impasti, il senso vivo del colore che hanno richiami del caldo pitturare dei macchiaioli".

Prati è amante della letteratura poetica italiana, in particolare nutre un vero culto per Dante (Fig. 21) e si compiace spesso, conversando, di citazioni del divino poeta. È amante parimenti della musica, suona la chitarra, il pianoforte e la cetra ed a Trento è un assiduo frequentatore dei concerti della Filarmonica e del Teatro Sociale. Compone anche un Sioredio assieme al musicista Raffaello Lazzari. Conosce nel 1882-83 il compositore Richard Wagner. Intrattiene un'amicizia con Giacomo Puccini e Tito Ricordi che conosce alla terme di Levico durante i loro soggiorni termali.

EUGENIO PRATI NEL PRIMO PERIODO
ACCADEMICO A VENEZIA ED A FIRENZE

Eugenio (Fig. 22) nel 1856, anno in cui s'iscrive anche il famoso impressionista Federico Zandomeneghi, all'età di quattordici anni, si trasferisce a Venezia, culla dell'arte rinascimentale, per frequentare i corsi di pittura dell'Accademia di Belle Arti, sollecitato dall'Ispettore scolastico e decano di Levico Mons. Domenico Caproni che aveva notato la sua bravura nel disegno nelle lezioni scolastiche.

È allievo del ritrattista Michelangelo Grigoletti (1801-1870) titolare della cattedra di figura, del classicista Pompeo Molmenti (1819-1894) titolare della cattedra di elementi di figura e del pittore austriaco Karl von Blaas (1815-1894) titolare della cattedra di pittura.

Grigoletti è stato un importante ritrattista nell'800; i suoi ritratti sono dei veri capolavori d'indagine psicologica e di sensibilità umana. L'artista ama soffermarsi sullo sguardo e lo sfondo neutro fa sì che l'attenzione dell'osservatore si concentri sul volto ritratto.

Apprende le regole accademiche dai suoi maestri e le applica con successo ai lavori scolastici vincendo sei medaglie d'argento e due di bronzo agli annuali concorsi dell'Accademia. Suoi compagni di studio sono Tranquillo Cremona (1837-1878) il maggior esponente della scapigliatura milanese, Guglielmo Ciardi (1842-1917), Federico Zandomeneghi (1841-1917), Tranquillo Tagliapietra ed in seguito Giacomo Favretto (1849-1887) e Luigi Nono (1850-1918), i maestri della pittura dell'ottocento veneziano. Durante l'Accademia il padre Domenico lo segue con premura dandogli anche dei consigli: "Nei tuoi lavori mi sembra, che dovresti molto impegnarti a contornare, ed ombreggiare a mezza macchia, e ciò soprattutto negli elementi di figura; giacché presentemente interessa di adestrarti la mano al disegno, e dare il segno del contorno con precisione e delicatezza. Sappi che ho comperato il Vasari, che ora posso anch'io dare qualche precetto" (lettera del 7 aprile 1858, archivio Prati).

Il 19 novembre 1859 Domenico Prati scrive al figlio una lettera, conservata presso l'Archivio Prati: "Ho provato la consolazione di vedere i tuoi lavori all'esposizione dell'Accademia e premiati della medaglia d'argento tanto in ornato che in figura. Questo tuo profitto è il miglior compenso che tu possa dare ai genitori per le cure, premure e spese che devono incontrare nella buona educazione dei figli. Guardati di non insuperbire per questi primi buoni risultati nella difficile carriera che hai intrapresa, giacché puoi immaginarti quanto ti resta a fare per riuscire artista di buon nome, ma ti servano solo di incoraggiamento per progredire con alacrità e superare le immense difficoltà dello studio. Chiudi le orecchie alle lodi e alle adulazioni e con proprietà ringrazia coloro che si congratuleranno dei tuoi premi".

Del periodo dell'Accademia a Venezia disponiamo di due suoi "Autoritratti" entrambi olio su tela, uno del 1860 conservato presso la famiglia e l'altro del 1863 presso la Biblioteca Comunale di Caldonazzo, un disegno a carboncino-acquerello, inedito, dal titolo "Testa di Arabo" (Fig. 23) del 1860, un acquerello "Veneziana sul Canal Grande" del 1860 circa, i ritratti ad olio inediti di "Cristiano Chiesa" del 1861 e del figlio "Giuseppe Chiesa" del 1864, il ritratto a matita di "Elia Prati" del 1862 ed infine la matita su carta "Tintoretto scaccia Mario".

Prati con "Veneziana sul Canal Grande" (Fig. 24) esegue il suo primo dipinto dal vero, molto importante nella sua carriera. Una donna, in primo piano seduta su una sedia, con la testa reclina verso il basso, impegnata nelle mansioni quotidiane mentre due colombi davanti a lei completano la scena in un grazioso giardino interno con numerose piante fiorite in vaso, con pavimento di cotto, dove giace un ombrello ed una giacca. Sulla sinistra dipinge il Canal Grande, dove un veneziano conduce la propria gondola davanti alla basilica di San Marco nella laguna dalle acque lisce, mosse solamente dal passaggio della barca. I colori molto caldi, lievi e sfumati preludono al suo inconfondibile stile che lo caratterizzerà nella sua pittura futura.

Nel 1861 esegue il suo primo ritratto ad olio "Cristiano Chiesa", (Fig.25) influente personaggio di Caldonazzo, possidente terriero, commerciante ed amico del padre. Si nota già all'età di diciannove anni la gran bravura di Prati come ritrattista, appresa dal maestro Michelangelo Grigoletti di Venezia.

Due anni dopo dipinge il ritratto a matita su carta di "Elia Prati" del 18 settembre 1862, bis cugino di Eugenio ed ex Garibaldino, uno dei due testimoni delle nozze fra lo zio Gioacchino Garbari e Placida Gasperi. Sotto il ritratto di Elia è inserita una quartina inneggiante alla patria gentile italiana e alla libertà: "Viva lo sposo viva la sposa - Tutta la prole che nascerà - Viva il consesso, la generosa Patria gentile, la libertà", pubblicato sulla copertina di "Studi Trentini di Scienze Storiche" nel terzo volume del 2002 e nel libro "Eugenio, Giulio e Romualdo Prati - Artisti di Caldonazzo" del 2007.

Elia Prati detto "Stefenòl" nasce a Caldonazzo il 24 gennaio 1828 e, sposato in terze nozze con Maria Graziadei, padre di Cesira, Idina (commesse nella farmacia Graziadei di Caldonazzo, irredentiste ed internate a Katzenau) e Ciro, farmacista prima a Caldonazzo e poi a Padergnone, muore il 28 aprile 1916. Di lui si racconta che non uscisse mai di casa senza il suo cappello da garibaldino, il che era motivo di scandalo tra gli asburgici del paese. Si narra inoltre che, assieme al cugino Gioacchino Garbari, fratello della madre di Eugenio, sindaco per molti anni di Caldonazzo e possidente di una filanda, dell'Hotel Caldonazzo e di numerosi terreni, si fosse fatto crescere la barba alla Vittorio Emanuele II e nonostante fosse stato obbligato dagli austro-ungarici a tagliarla, noncurante del divieto ricevuto, ben presto se la fosse fatta ricrescere.

Il pittore trentino Tullio Garbari nel 1927 nel catalogo della "Galleria L'Esame" scrive: "Il Prati crebbe in questa atmosfera calda d'affetti familiari e patriottici, dove questi aggettivi avevano un significato così integro e paesano. Patriotta significava un nome ben radicato e un buon paesano non poteva non sentirsi, assiomaticamente, unitario; senza iattanze e viltà, verso nessuno, né di dentro né di fuori. Idea umana ed integra che i nostri vecchi portarono avanti quanto poterono. Ed egli seppe darne una dimostrazione non retorica mostrando quel dovere proprio d'un artista; facendo dei buoni quadri, lontani da qualunque volgare esibizione di cosidetto patriottismo".

Durante la sua permanenza a Venezia intorno al 1858-59 conosce il pittore ritrattista Antonio Zona (1814 - 1892), illustre accademico, che esegue nel 1859 un suo ritratto ad acquerello (Fig. 26) e quello del padre Domenico (Fig. 3), firmati entrambi "A. Zona 1859 dip." e conservati presso i discendenti; inoltre stringe una profonda amicizia con il pittore veneziano Antonio Ermolao Paoletti (1834-1912). Presso la famiglia sono conservati due disegni a matita di Antonio Paoletti realizzati nel 1861 a Caldonazzo durante un suo soggiorno al molino in cui si nota la sorella Luigia che imbocca il fratello Giulio Cesare seduto su uno sgabello e nell'altro Eugenio Prati seduto su una sedia e poi appisolato sul tavolo della cucina.

Nel 1865, ultimo anno dell'Accademia di Venezia, è premiato con la medaglia d'argento per il disegno a matita "Tintoretto che scaccia Mario" (Fig. 27) esposto nel marzo 1866 nella sala di lettura della Biblioteca Civica di Trento e nel 1907 alla mostra postuma ed ora di proprietà del Comune di Trento in deposito presso il Museo d'Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto.

Il 31 marzo 1866 "Il Patriotta" di Trento pubblica un articolo riguardante il quadro "Tintoretto che scaccia Mario" di Eugenio Prati: "Da parecchi giorni trovasi esposto nella Sala di lettura della civica biblioteca un quadro di qualche dimensione di genere storico, rappresentante una scena nello studio del Tintoretto.

Campeggia sul davanti l'illustre pittore veneto nel vigor degli anni, di persona ben distesa, maestoso in volto, quantunque l'aspetto sia severo, risentito, colla destra protesa e vibrate le pupille verso un giovanotto, che titubante sulla soglia mostra scolparsi d'un fallo prima d'abbandonare la stanza. A manca del Tintoretto vedi una fanciulla fiorente di grazia e d'avvenenza, col capo mollemente chino, che volge un furtivo sguardo al perduto amante.

Alla vista delle varie commozioni che animano la scena, tosto un vivo desiderio ti punge di scoprire la causa di quel turbamento, sicché ora interroghi la fronte autorevole del padre, ora compassioni la figlia sorpresa, amareggiata da un amore ardente quanto infelice; ora esplori il volto dello sgraziato allievo, che pur getta un ultimo sguardo supplichevole verso chi lo discaccia.

Tale è il quadro; e chi sa leggere in quel cartone presto si accorge, come l'autore abbia studiato l'intimo del cuore umano, sempre efficace ispiratore delle arti.

Chi poi voglia considerare il merito artistico ammira la diligenza e il corretto disegno che vie più fanno spiccare la composizione. Lo studio del Tintoretto è semplice, non disadorno; libera e viva circola la luce; le figure si presentano innanzi staccate dal fondo; spontanee e ben atteggiate le mosse, sicché la diresti una scena teatrale; non manca il buon gusto nelle cose accessorie, nel morbido giro delle vesti piegate o cascanti, nell'abbigliamento pittoresco, nella finitezza delle parti e nella concordia del tutto".

Un ruolo caratteristico nella formazione del pittore Eugenio lo ha il barone don Giovanni a Prato (1812-1883), vicino fin dalla giovinezza al padre Domenico, definito "mio vecchio amico e condiscepolo" in una lettera del 15 settembre 1867 nella quale l'abate ricorda: "Tuo padre ed io avevamo percorso insieme tutto il ginnasio e fummo sempre nei migliori rapporti d'amicizia dappoi".

Proprio in nome di questi rapporti d'amicizia s'impegna il 12 marzo 1866 nella raccolta di fondi in modo tale da assicurare ad Eugenio un sussidio annuo di 1200 franchi per tre anni, pagabili in cento franchi al mese, per la continuazione degli studi a Firenze, perché il padre Domenico, colpito da gravi dissesti economici e con numerosi figli a carico, non è in grado di sostenere le spese per mantenere Eugenio a Firenze.

Il contratto prevedeva che il Prati dovesse consegnare alla società e al bibliotecario della Biblioteca di Trento entro l'1 aprile 1870 un quadro rappresentante un fatto di storia patria, di dimensioni non inferiore ad un metro di altezza e lunghezza, che dovesse essere esposto fino alla fine di giugno per poi essere attribuito ad un azionista estratto a sorte.

Nell'aprile del 1866, dopo aver soggiornato alcuni giorni a Milano, si reca quindi a Firenze, all'età di 24 anni, con varie lettere di presentazione dei professori dell'Accademia di Venezia tra cui quella di Karl Blass e del pittore veneziano Antonio Zona (all'epoca a Milano), per il pittore fiorentino Stefano Ussi (1832-1901), insegnante all'Accademia di Firenze dal 1860, artista noto e stimato per i suoi dipinti storici.

Si presenta contemporaneamente per intercessione del barone Don Giovanni a Prato a Francesco Gentili, direttore dell'agenzia delle Assicurazioni Generali di Firenze, il quale si fa carico di seguirlo durante tutto il suo soggiorno fino al 1879, anno in cui il 26 maggio si sposa e torna a vivere in Valsugana, ad Agnedo, il paese della moglie Ersilia Vasselai.

Francesco Gentili lo presenta dapprima al poeta Aleardo Aleardi, insegnante d'estetica all'Accademia di Firenze (Prati in una sua lettera manifesta la sua gioia per l'evento e si rallegra dell'impegno assunto dall'Aleardi ad istruirlo nell'arte e nella storia). Subito dopo lo fa conoscere al pittore ticinese Antonio Ciseri (1821-1891), esponente di rilievo del tardo purismo toscano e legato a temi religiosi, che lo accetta nella sua rinomata scuola privata di nudo, sita in via delle Belle Donne n. 8, dove studia anche il pittore trentino conte Giovanni Pietro Pompeati (1835-1903), compagno di studi anche all'Accademia di Venezia.

Ciseri è stato molto importante per la crescita artistica di Eugenio, seguendolo con amorevolezza come un padre al punto di volerlo immortalare come modello di San Giovanni nel suo dipinto "Trasporto di Cristo al Sepolcro" (1869-71), considerato uno dei suoi capolavori e conservato presso il Santuario della Madonna del Sasso a Locarno in Svizzera (Fig. 28).

Nel maggio si reca dal trentino Andrea Maffei, poeta ed illustre esponente del mondo letterario, in quel momento a Firenze, con una lettera del barone Giovanni a Prato che gli vale da raccomandazione al presidente dell'Accademia di Belle Arti.

Di Andrea Maffei Eugenio scrive a Giovanni a Prato il 21 settembre 1866: "Non può immaginarsi qual contento provai sentendo quel modo di parlare così virtuoso istruttivo, beato chi possiede quelle belle doti, dico il vero che la sua angelica fisionomia mi ha fatto un'impressione così dolce da non potermi mai allontanare".

Nello stesso periodo fa la conoscenza con il bibliotecario Giuseppe Canestrini, con lo scultore Enrico Pazzi e con il poeta Giovanni Prati, definito da Giosuè Carducci "...il solo veramente e riccamente poeta della seconda generazione dei romantici in Italia", trasferitosi da Torino a Firenze quando nel 1865 diventa capitale.

L'ammirazione per il poeta Giovanni Prati appare in una lettera del 13 novembre 1866 inviata al barone Giovanni a Prato in cui Eugenio riferisce del banchetto tenutosi in casa di Francesco Gentili per festeggiare l'annessione del Veneto al Regno d'Italia: "Alla fine poi il celebre poeta declamarono diverse strofe di suoi recenti versi, lì eseguì con tal maestria che fece meravigliare tutti. Sfido io ha una così bella e melodiosa voce che fa innamorare e incantare, poi fece un gentile presente a tutti d'un fascicolo delle sue poesie intitolato Entrata a Venezia inno al Re".

A Firenze prende in affitto una camera dapprima al II piano di via Ghibellina n. 102 e poi, per 20 franchi al mese, in via delle Belle Donne n. 16, sulla stessa via dello studio del prof. Antonio Ciseri, dove ai giorni nostri al piano terra c'è la trattoria "Belle donne". Mentre un tempo era una vecchia "mescita", dove si vendevano vini e liquori, oggi, questa trattoria piccola e movimentata, è un tempio per buongustai.

La sua permanenza a Firenze, durata tredici anni, è interrotta da saltuarie visite in Trentino nel periodo estivo e durante le feste natalizie e da due soggiorni a Roma nel 1872 e nel '74 con la sorella Isabella.

Nel 1867 esegue il suo primo quadro "Trovatore" definito così da lui stesso in una lettera che invierà nel 1870 a Trento al barone Giovanni a Prato in cui lo prega di venderlo e disegna anche a carboncino "Ritratto del poeta Aleardo Aleardi". Si conserva anche un acquerello "Michelangelo incontra Cosimo de Medici ed Eleonora di Toledo", donato con dedica dalle sorelle Luigia ed Isabella Prati all'ing. Diego Tomasi.

La morte di Domenico Prati avvenuta l'11 novembre 1867 lascia la famiglia in gravi difficoltà economiche. Il barone Giovanni a Prato interviene con successo affinché la famiglia possa mantenere il molino di proprietà come abitazione con una lettera inviata il 30 gennaio 1868 al sig. Cirillo Broso, amministratore di uno dei creditori, approfittando dell'occasione per tessere le lodi di Eugenio.

Io non conosco da vicino della famiglia lasciata dal povero Domenico che l'alunno pittore Eugenio, del quale ricevo frequenti notizie da parte di persone le più accreditate in Firenze, che tutte mi scrivono Eugenio Prati promette di raggiungere una rara perfezione nell'arte. Egli lavora molto diligentemente ed è uno dei più lodati discepoli dell'illustre pittore Ciseri e gode la protezione speciale del signor Canestrini, bibliotecario della Magliabecchiana e dei poeti Prati e Aleardi, nonché del direttore dell'agenzia d'Assicurazioni Generali signor Francesco Gentili e di molti altri" così scrive Giovanni a Prato.

Di questo periodo si conserva un disegno a matita d'ispirazione patriottica ed irredentistica dal titolo "Italia incatenata" (Fig. 29); due figure femminili, una incatenata, vestita con vesti tipiche popolari trentine e l'altra con la corona in testa che rappresenta l'Impero austro-ungarico. Prati, dopo l'esito negativo della III guerra d'Indipendenza, ha voluto rappresentare lo stato d'oppressione del Trentino. Eugenio avrebbe voluto realizzarlo con la tecnica dell'olio su tela, ma è costretto a desistere, come si narra in famiglia, per le gravi conseguenze a cui sarebbe andato incontro.

Lo zio paterno Stefano (Fig. 30), nato il 17 dicembre 1803 e morto il 18 agosto 1891, commerciante di vino a Caldonazzo ed a Levico e possidente terriero, da questo momento aiuta economicamente la famiglia come testimonia una lettera di Lucia Garbari Prati del 9 giugno 1868 inviata al figlio Eugenio: "...L'altro giorno lo zio Stefano Prati ci comperò un buon mulo e anche un maiale, che in tutto spese quatordici marenghi, e adesso per lavori che ci vuole dietro al mulino dovrà fare la spesa di altri venti. Egli ci vuole bene e vi fa da padre, perché se non era lui che ci faceva sigurtà per comperare il mulino per cinque mila fiorini, (che è già due mesi che siamo qui ad abbitarlo) saressimo su d'una strada, dunque tu vedi che bisogna essergli riconoscenti...".

Si dedica in questo periodo prevalentemente a pitture di genere storico. Nel mese d'ottobre del 1867 esce il bando con regolamento del concorso nazionale triennale di pittura dell'Accademia di Firenze che prevede la raffigurazione dell'incontro tra Michelangelo e Federico Barocci all'epoca degli studi del giovane di Urbino a Roma. Su suggerimento del prof. Antonio Ciseri vi partecipa e dopo vari mesi di lavoro presenta il dipinto (Fig. 31) con cui il 26 dicembre 1868 riceve la medaglia d'oro (Fig. 32) e una somma di denaro di 1.120 lire (il primo premio non era assegnato dal 1860). Il quadro ora è esposto al pubblico in terza fila nel salone dell'Ottocento della Galleria dell'Accademia di Firenze. Presso la famiglia sono conservati un disegno a matita del giovane Federico Barocci e l'inedito bozzetto ad olio su tela "Il Barocci presentato a Michelangelo" (Fig. 33).

Si riporta la descrizione del dipinto dello stesso Prati, conservata nell'Archivio Prati di Ivano Fracena: "...In questo giovane (Barocci) mi proposi ritrarre principalmente la natural verecondia e l'umile timidità; ch'egli quindi arrossisca compreso di reverenza sì grande Uomo, non senza lasciar trasparire sul suo volto un'aria di contentezza per le lodi e gli incoraggiamenti che riceve. Nello Zuccheri volli esprimere la franchezza e lealtà dell'amico, che gioisce con rispettoso sorriso delle lodi prodigate al compagno. Nelle rimanenti figure ho inteso rappresentare gli altri giovani mossi chi da curiosità, chi da interesse o benevolo o invidioso, per quello che succede. Nel fondo ho messo una delle tante facciate di case, alle quali ha lavorato Polidoro, e dove stavano i giovani a disegnare. Per ricordare che l'azione succede a Roma ho disegnato e dipinto in lontananza il Castel St. Angelo".

Al banchetto offertogli dagli amici e sostenitori, a cui il poeta Giovanni Prati pronuncia un discorso in onore dell'artista, suo compatriota, sono presenti anche i poeti Aleardo Aleardi e Andrea Maffei. Alla fine degli anni '60 conosce il sig. Anton Hautmann, pioniere della fotografia e proprietario in società di un famoso studio fotografico a Firenze in via della Scala n. 18. Presso l'archivio Prati di Trento è conservata una fotografia del 1869 della sorella di Eugenio Isabella, eseguita dallo studio Hautmann. Eugenio da lezioni di pittura alla figlia Paolina Hautmann della quale s'innamora ma i genitori s'oppongono al matrimonio perché ritengono che un artista alle prime armi non sia in grado di offrire delle garanzie economiche per la loro figlia. Di questo avvenimento è conservato presso l'archivio Tullio Garbari di Trento una lettera dell'abate Giovanni a Prato del 4 agosto 1870, inviata ad Eugenio, in cui cerca di rincuorarlo per il dispiacere amoroso.

Dopo la morte della madre Lucia Garbari avvenuta il 10 aprile 1869 all'età di cinquant'anni, anche i fratelli del pittore continuano a vivere al molino di Caldonazzo accuditi dalle zie, tranne Michelangelo, che è affidato ad una zia di Borgo Valsugana. Eugenio a giugno inizia a lavorare su commissione del prof. Domenico Chiossone di Genova a "Il Generale Garibaldi a Milazzo" (Fig. 34), esposto alla Società Promotrice di Belle Arti di Genova dal 7 al 30 novembre del 1869.

Prati decide di rendere omaggio a Giuseppe Garibaldi, immortalandolo in un ritratto che si oppone ai canoni della ritrattistica celebrativa risorgimentale di gusto romantico, in cui il Generale è visto come semplice uomo capace di percepire le sensazioni del momento. Il paesaggio avvolge Garibaldi grazie al sapiente uso della luce e dei colori dai toni caldi e morbidi mentre in primo piano risalta il realismo del cavallo bianco. Nel foglio di sala redatto in occasione dell'esposizione del dipinto presso Palazzo Geremia, sede del Comune di Trento, nel luglio 2002 si commenta: "Un lavoro compiuto nel primo periodo di attività dell'artista, che lascia già trasparire alcune caratteristiche della sua pittura migliore, dalla predilezione per alcune tonalità di colore, all'indagine psicologica delle persone raffigurate.

Il paesaggio avvolgente, interloquisce con la figura in una consonanza affettiva tra l'uomo e il luogo dove lo sfondo, non di invenzione ma veritiero, si perde all'orizzonte nella luce tenue e dolce dell'imbrunire. La raffigurazione del cavallo bianco, per la cui realizzazione Prati ha chiesto di poter studiare dal vero un esemplare appartenente alle scuderie reali, è dipinto con forte realismo, come lo sono la vegetazione circostante, le agavi, i sassi e la terra, il cui beige rosato sarà una tonalità molto amata e frequentemente utilizzata nei dipinti del periodo di Agnedo (1880-1892)".

Nel foglio di sala si scrive inoltre: "Di notevole abilità è lo studio psicologico di Garibaldi, visto come persona comune e non come eroe vittorioso. Un uomo stanco, dall'espressione assorta, il cui pensiero va ai compagni perduti sul campo di battaglia. Incurante del saluto rivoltogli dal gruppetto di garibaldini che trasportano la bandiera tricolore, volge lo sguardo indietro, tormentato dal vivo ricordo della violenta battaglia. Alle spalle di Garibaldi, protetta dal mare e dalle possenti mura di cinta, si erge la fortezza di Milazzo, espugnata con tanta difficoltà. I toni caldi e morbidi che tingono le pareti della rocca, rendono meno minacciosa la struttura militare affacciata sull'acqua. Le pennellate verde-blu del mare si confondono con quelle della piana verdeggiante su cui camminano i soldati".

In due lettere dirette a Giovanni a Prato, Eugenio Prati parla di alcuni aspetti della composizione del quadro di Garibaldi, della visita del figlio Ricciotti Garibaldi a Firenze e dell'entusiasmo degli artisti per l'opera durante la sua esposizione a Genova: "Queste parole mi han fatto molta consolazione, perché ne avevo proprio di bisogno, avendo incontrato nel quadro molte difficoltà, prima di tutto per la luce di sole che ho voluto applicare al quadro, e poi quel benedetto di cavallo mi fece affatticare in modo unico io avrei fatto molto presto per fare un cavallo ma siccome alla generalità artistica piaceva in un modo unico la mula che feci nel quadro del Michelangelo e perciò non ho voluto far meno il cavallo, anzi piacque ancora più".

Eugenio racconta in questo modo della visita del figlio di Garibaldi: "Giorni fa ebbi l'onore e la fortuna di essere presentato davanti al Riciotti Garibaldi che mi usò tante gentilezze e nello stezzo (stesso) tempo godeva nel sentire che io ritratto (ritraessi) il suo Eroe genitore a cavallo. Contento di aver fatta la mia conoscenza mi a (ha) chiesto se gli permettevo di visitare il mio studio. Si figuri dissi, per me sarebbe uno di quei regali da non poterlo descrivere anzi mene (me ne) andrei superbo. Dirò il vero che sono stato commosso a conoscere la bontà e semplicità senza superbia di questo caro e buon giovine. Mi han promesso che quando verrà qui a Firenze il suo padre me lo condurranno nello studio così mi servirà di modello per dare qualche tocco al ritratto del medesimo".

In una lettera diretta ad Eugenio Prati, l'incisore David Chiossone di Genova, fratello del committente, esprime la sua soddisfazione, degli artisti e frequentatori dell'Accademia di Belle Arti di Genova per il dipinto "Il Garibaldi a Milazzo" ed afferma che: "il ritratto del Generale è perfetto".

In seguito David Chiossone realizza un'incisione del dipinto che è pubblicata nel 1932 dalla rivista "Trentino" a p. 188 all'interno dell'articolo "Garibaldi e il Trentino" di Pietro Pedrotti e nel 1966 a p. 11 del libro di Ezio Mosna "La campagna del 1866 nel Trentino".

Nell'ottobre del 1869 Eugenio ottiene anche uno studio gratis presso l'Accademia di Belle Arti di Firenze e Prati considera l'evento "una bella fortuna" e la prova che Dio non lo aveva abbandonato dopo tante disgrazie.

Durante il lungo periodo di formazione accademica si avvicina alla pittura realista veneta, subisce l'influenza dei Macchiaioli toscani e quella degli Scapigliati lombardi sviluppando uno stile alquanto personale in cui la rigidità del disegno va via via scomparendo per lasciare il posto ad una pennellata vaporosa dai contorni sempre più sfumati.

Nel 1870 dipinge il ritratto dei baroni "Valentino e Isidoro Salvadori" di Trento e il 26 marzo 1870 a Firenze conosce la contessa trentina Virginia Alberti Poja e sua figlia, la baronessa Giulia Turcati (1848-1912), in visita al maestro Antonio Ciseri; così scrive Giulia nel suo diario: "1870-26 marzo (Firenze): nello studio di Eugenio Prati erano parecchie tavole antiche e un pianoforte scordato. Un insieme strano e geniale. Andammo all'Accademia a vedere alcuni quadretti di Prati".

S'instaura un rapporto amichevole ed è invitato nella residenza estiva di Sopramonte. La villa Turcati, che sorge al centro del piccolo paese Sopramonte lungo la strada fra Trento e il monte Bondone, è un luogo d'incontro per artisti, letterati, musicisti. Prati frequenta la famiglia Turcati anche a Trento e nasce un intenso rapporto epistolare con la baronessa Giulia che durerà per sempre.

L'1 novembre 1871 ottiene una borsa di studio artistica provinciale di 500 fiorini annui conferitagli dalla Giunta provinciale tirolese di Innsbruck. La borsa di studio richiesta da Prati con una lettera del 29 agosto 1871, potrà essere rinnovata negli anni successivi solo se l'artista sarà in grado di dimostrare un soddisfacente progresso pittorico.

Dipinge nello stesso anno il ritratto dello scultore "Andrea Malfatti" (1832-1917), di proprietà del Comune di Trento conservato presso il Museo d'Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto (Fig. 35), il ritratto di "Monsignor Giovanni Battista Boghi", conservato presso la Biblioteca Comunale di Caldonazzo, dei coniugi di Pergine dott. "Fortunato Montel" e signora "Cattarina Montel" conservati presso il Comune di Pergine Valsugana, del conte "Guglielmo Bossi-Fedrigotti" ed infine due ritratti inediti dello zio "Stefano Prati" (1803-1891) (Fig. 30), e del cugino "Lorenzo Prati" (1842-1899), giudice distrettuale a Borgo Valsugana (Fig. 36).

In questi anni all'Esposizione Solenne di Belle Arti di Firenze del 1872 espone l'opera "Dante dalla sua casa vede Beatrice" e dipinge il ritratto di "Giobatta Graziadei", zio del farmacista e amico Damiano Graziadei, conservato nell'ufficio del Sindaco di Caldonazzzo; poi si trasferisce a Roma in compagnia della sorella Isabella (1849-1938) dove esegue il "Ritratto della sorella Isabella" (Fig. 37) in costume ciociaro che porta nelle mani un cestino di frutta ed espone alla Mostra Nazionale di Brera a Milano dello stesso anno "Donna romana", una contadinella nell'interno di una casa della campagna romana e il carboncino della baronessa Giulia Turcati (Fig. 38).

Realizza nel 1873, su commissione dell'ingegnere Saverio Tamanini, "San Adalberto" per la cappella della Villa Bernardelli a Gocciadoro di Trento, ora conservato temporaneamente presso il Castello del Buonconsiglio di Trento, il ritratto del "Re Vittorio Emanuele II", scomparso a Caldonazzo durante la Prima Guerra Mondiale (1914-18) e della "Principessa Margherita di Savoia" (Fig. 39) in costume sardo, ora a Caldonazzo in possesso di un discendente.

Nel 1874 esegue il "ritratto della sorella Luigia" (Fig. 40) e si trasferisce nuovamente per alcuni mesi a Roma in compagnia della sorella Isabella per compiere ulteriori studi. Frequenta il poeta Giovanni Prati, divenuto senatore e direttore dell'Istituto superiore di Magistero e riceve la visita della baronessa Giulia Turcati, a Roma insieme con la madre Virginia nei primi giorni d'aprile. Infatti, dal diario della Turcati si apprende: "1874 - 1 aprile (Roma): La giornata si finì al Caffè con alcuni trentini, fra cui il pittore Prati, che è sempre in giro con noi e il poeta Prati. Quando Pratino junior (il pittore) gli raccontò che io studiavo Leopardi, si drizzò con fare altero e rispose: le Signorine di Roma studiano tutte il signor Prati! (In quel giorno Giulia Turcati compie 26 anni). 6 aprile: più tardi feci un giro artistico col Prati, per vedere parecchie cose che ancora non conoscevo".

Durante il suo soggiorno a Roma esegue il ritratto della contessa romana "Beatrice Cenci o Bice" (n. 1) in cui Prati rappresenta la storia drammatica della giovane nobildonna, simbolo dell'innocenza calpestata, affacciata ad un davanzale in un atteggiamento di disperazione. Delicati il vestito di raso, il diadema, la collana e gli orecchini che ornano elegantemente un aristocratico e triste viso di donna, dai colori morbidi e tenui. La storia di Beatrice Cenci (1577-1599), condannata a morte con l'accusa di parricidio da Papa Clemente VIII sulla piazza di ponte Sant'Angelo ha colpito la fantasia di artisti, musicisti, poeti e drammaturghi particolarmente dall'Ottocento in poi. Beatrice Cenci visse un'esistenza perseguitata dalle attenzioni sessuali e dalle percosse del padre Francesco Cenci finché con l'aiuto della matrigna e dei fratelli si ribellò alla tirannia del padre.

Del dipinto scrive la baronessa Virginia Alberti Turcati (lettera dell'1 luglio '74 a Eugenio Prati): "Ritorna Giulia a cui la Cenci piacque assai, meno anche a lei quella macchia al naso a cui bisognerebbe proprio rimediare. Ma trovo bello il colorito e assai somigliante".

Esegue "San Vigilio" (Fig. 41) per il Seminario minore e lavora su commissione alla tela "Immacolata" (n. 2) per la cappella del Collegio Arcivescovile di Trento, ora conservata presso l'Aula magna del Seminario Maggiore di Trento. Di quest'opera si conserva anche un acquerello preparatorio. La Madonna poggia sul mondo avvolto da nuvole impalpabili e guarda, con le mani giunte, verso l'alto in segno di devozione e reverenza. Prati ritrae lo sfondo sfruttando i toni del grigio e del rosa in modo evanescente e rarefatto. Nello stesso anno dipinge "il Paggetto" (Fig. 42) e "Giovane ragazzo" (Fig. 43), pubblicati per la prima volta.

Nel 1875 realizza un altro "Ritratto della sorella Luigia" (1845-1931) e "Immacolata" per la chiesa di Strigno, in Valsugana e durante la cerimonia d'inaugurazione conosce Ersilia Vasselai di Agnedo che tre anni dopo diviene sua moglie. Nel 1918 durante la ritirata dell'esercito austro-ungarico da ignoti è asportata dalla cornice, tagliandone la tela. Lavora alla pala "Sant'Antonio" (Fig. 44) per la chiesa di Lasino, commissionatagli dalla Contessa Maria Revedin Bassetti per la guarigione della figlia Antonia.

Nello stesso anno dipinge ad olio "Caldonazzo con piccola capraia" (Fig. 45), "Bieno con due capraie in costume tesino", inedito (Fig. 46), "Levico", "Recoaro" e "Strigno" che rappresentano le sue prime opere di un'arte legata alla realtà quotidiana, la pittura "en plein air", in altre parole l'esecuzione all'aria aperta con il soggetto illuminato dalla luce del giorno quasi sul tramonto, appresa dai macchiaioli a Firenze.

È l'inizio ufficiale del suo verismo; nella tela ambientata a Caldonazzo Prati raffigura con dovizia di particolari una graziosa bambina con una capra davanti ad una caratteristica abitazione in via Villa.

Lo scrittore e poeta Raffaello Prati nel 1957, in occasione del cinquantenario dalla scomparsa di Eugenio Prati nel libro di don Ettore Viola, parroco di Caldonazzo, dal titolo "Eugenio Prati pittore ottocentista" la descrive in questo modo: "La vecchia Caldonazzo, quella del Prati che va sfumando nell'alone buono dell'età passata: l'ombra scende compatta su le cose e lotta con il sole, che ancor resiste: la casa con scarsi segni di vita, quasi vuota vacua esamine. Le porte dense di oscurità. E su le spente cose: un segno di vita: in alto una camicia che si agita all'aria, in cerca di sole, in primo piano due semplici creature, che anch'esse passano. Meraviglioso paesaggio che ormai non è e non sarà più quello".

Nel 1876 il conte Lodron gli commissiona il "San Giuseppe" per la chiesa di Villa Lagarina che consegna nel 1878. Prati dipinge San Giuseppe nelle vesti di falegname con in braccio Gesù Bambino, dall'espressione dolcissima e tenera, ed in pugno nell'altra mano il bastone fiorito di gigli bianchi, simbolo, secondo l'iconografia classica religiosa, di purezza e del fatto che Giuseppe fosse stato il prescelto per diventare sposo di Maria. Si notano nel pregevole dipinto, recentemente restaurato, un banco da lavoro, una pialla e sul pavimento a piastrelle una pinza e dei trucioli di legno descritti con tale realismo da sembrare veri.

Nel 1877 partecipa all'Esposizione di Belle Arti di Milano esponendo "Madre Amorosa" e "Sequestro" (Fig. 47) del 1876, fra gli ultimi dipinti eseguiti a Caldonazzo prima di trasferirsi ad Agnedo che rappresenta una pagina dolorosa della famiglia Prati, quando dieci anni prima, in seguito al mancato pagamento di una grande partita di vino da parte di un cliente veneziano, suo padre Domenico dovette subire l'onta del pignoramento dei mobili.

Vittorio Zippel così descrive "Sequestro" in "Archivio Trentino" nel settembre del 1907: "Nella cucina di una casa colpita dalla miseria il funzionario giudiziale sequestra il mobilio di una povera famiglia; la madre, seduta con un bambino fra le ginocchia e con due altri figlioli vicini, fissa lo squadro accorato nel volto del marito che, presso la finestra, assiste mestamente alla rovina di tutto il suo avere. L'espressione del dolore è resa in modo assai toccante in questo quadro, che ha dei particolari grandemente pregevoli, oltre che per la composizione, anche per la tecnica".

Partecipa anche nel 1877 all'Esposizione Solenne di Firenze con "Piccola Mendicante" del 1875, raffigurante una giovane ragazza dal viso mesto mentre sulla porta stende la mano in atto di chiedere l'elemosina; l'opera è premiata con la medaglia di bronzo ed acquistata dal Governo italiano per la Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma; espone anche "Madre amorosa" (n. 3) del 1877 ambientato in una tradizionale cucina trentina, in cui descrive gli sguardi allegri e amorevoli scambiati tra mamma e neonato mentre la donna si sofferma davanti alla culla ed attira l'attenzione del piccolo facendolo giocare con il rocchetto di filo che pende dal fuso.

Nel catalogo della mostra del 2004 dal titolo "Il Secolo dell'Impero" organizzata dal Museo d'Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto al Palazzo delle Albere di Trento sono descritti i particolari di "Madre amorosa": "Con il rocchetto del filo che pende dal fuso, attira lo sguardo del bimbo dal piccolo capo biondo adagiato su un cuscino. Sul manico del cesto di vimini che fa da culla, è posta una copertina a righe dal morbido tessuto. La bravura con cui Prati dipinge la coperta si trova in tanti altri particolari, dai fiocchetti che chiudono lateralmente la fodera del cuscino, al lenzuolino della culla, all'intreccio di vimini del cesto. Il tegame per terra coperto da uno straccio e i rami appesi sono delle nature morte ben riuscite".

Nello stesso anno dipinge "Dama che fuma" (Fig. 48), un olio su tavola rientrato da poco in Italia dalla Spagna, in cui ritrae in modo originale e scherzoso la baronessa trentina Giulia Turcati durante una visita a Firenze in quell'anno. Da una lettera conservata presso la famiglia Prati si apprende che Giulia Turcati cercava in tutti i modi di convincere Prati a dipingere solo soggetti storici o religiosi e non raffigurazioni veriste o di paesaggio: "Scegliete un argomento che scenda dritto al cuore... questa cara Italia ne offre tanti nella mirabile sua storia!... Voi stesso, sollevandovi da quella rete di piccole idee vi sentirete nobilitato, e non solo per le vostre proprie impressioni, ma anche per l'effetto che otterrete su quelli cui sarà dato contemplare un lavoro più altamente inspirato dei soliti. Non vi mancheranno i ritagli di tempo da dedicare a quei dipinti che possono recare materiale vantaggio".

In quest'opera Eugenio realizza un piacevole scherzo dipingendo l'amica che, volgendosi verso il pittore con sguardo partecipe, compie un gesto indecoroso per una signora, quello di fumare. Sullo sfondo del ritratto Prati con grande abilità tecnica realizza un arazzo, quasi un secondo quadro di ispirazione realista, compiendo così un affronto all'amica che lo incitava ad eseguire solo raffigurazioni storiche e non veriste. Durante il soggiorno a Sopramonte Prati esegue quasi un centinaio di disegni a matita, ad acquerello, pastello ed a china che poi lascerà all'amica Giulia Turcati, sua allieva di pittura. Grazioso è il disegno a matita inedito "Fatevi monaca?" che faceva parte dell'album di Eugenio Prati (Fig. 49).

Nell'ambiente aristocratico e culturale trentino il salotto letterario della baronessa Giulia Turcati è noto per essere stato un punto di riferimento dell'arte pittorica, della musica e della letteratura, ma anche delle istanze liberali e del sentimento di italianità. Le cronache e le fonti riportano la frequentazione della villa Turcati a Sopramonte di Raffaele Frontali (1849-1916), primo violinista al Teatro La Fenice di Venezia, del tenore Enrico Caruso (1873-1921), del musicista e compositore Giacomo Puccini (1858-1924), di Riccardo Selvatico (1851-1901), sindaco di Venezia e promotore della prima Biennale di Venezia, di Ugo Ojetti (1871-1946), critico d'arte, giornalista e scrittore, di Angelo de Gubernatis (1840-1913) letterato e scrittore, di Luisa Anzoletti (1863-1925), poetessa, letterata e pianista e del micologo don Giacomo Bresadola (1847-1929). Tra i pittori ricordiamo oltre ad Eugenio Prati, maestro di pittura della famiglia, la frequentazione degli artisti più famosi dell'Ottocento tra cui il cugino della baronessa Bartolomeo Bezzi (1851-1923), Filippo Carcano (1840-1914), Francesco Paolo Michetti (1851-1929), Alessandro Zezzos (1848-1914), Ettore Tito (1867-1941) e Angelo Dall'Oca Bianca (1858-1942).

Il critico d'arte Carlo Piovan nella rivista mensile "Trentino" del 1932 descrive che Eugenio Prati e Bartolomeo Bezzi assistono alla scoperta del talento trentino Umberto Moggioli (1886-1919) che, nel 1902 all'età di sedici anni, si reca a Trento in via S.Trinità nella casa Turcati per sottoporre ai suoi ospiti un suo dipinto di paesaggio. "La signora e i due pittori, incuriositi e allettati dall'insolito caso, si fan venire dinnanzi il ragazzo. È il battesimo dell'arte sua. Ecco il quadro: Bezzi guarda, Prati guarda. Poi Eugenio Prati sorride: "scometo che te l'ai piturà dopo che l'aveva piovù". "L'è vera" esclama il piccolo Moggioli. E il cuore gli ride d'allegrezza. Dunque il quadro è vero! E corre a casa. E ora sfoga la sua gioia con la madre, con tutti, perché Eugenio Prati ha indovinato. Colpiti dalla sensibilità pittorica di Moggioli, lo presentano al mecenate trentino Antonio Tambosi che gli paga una piccola pensione per frequentare l'Accademia del Belle Arti a Venezia".

La "Gazzetta di Trento" il 10 agosto 1878 pubblica un articolo a proposito di "Sequestro" in cui è descritto con estrema ammirazione: "Bisognerebbe essere senza occhi e senza anima per non rimanere estatici davanti a quelle sublimi creazioni che sembrano propriamente venute da una mano sovrumana" e il 5 maggio 1878 il quotidiano "La Valsugana" pubblica un sonetto di Battista Dosso ispirato al dipinto dal titolo "Sequestro".

Il 26 maggio 1879 Eugenio trentasettenne sposa Ersilia Vasselai (1861-1913). Il matrimonio è celebrato da Don Giuseppe Grazioli, tutore di Ersilia, orfana di entrambi i genitori ed in viaggio di nozze si recano a Venezia. Vive con la moglie un anno a Caldonazzo al molino dove esegue tre ritratti della moglie, due ad acquerello mentre ricama sul balcone del molino (Fig. 50), ed uno ad olio e poi si trasferisce ad Agnedo alla fine del 1880 nella casa della moglie, ora di proprietà del Comune e sede d'accoglienza per anziani.

EUGENIO PRATI NEL SECONDO PERIODO
DI AGNEDO DAL 1880 AL 1892

Termina il soggiorno fiorentino più volte interrotto dai viaggi a Roma, a Caldonazzo, a Sopramonte ed a Trento. Con il rientro in Trentino, cambiano i temi della sua pittura ed ha modo di osservare la vita quotidiana di paesani, contadini e pastori che ritrae con pennellate briose e con una sottile vena umoristica tanto apprezzata da pubblico e critica. È considerato l'artista trentino più attento alle tradizioni locali ed alle bellezze naturalistiche della sua terra.

Il matrimonio con Ersilia porta al pittore una certa agiatezza economica che gli permette di dedicarsi ai temi di genere senza essere più obbligato ad assecondare i committenti con quadri religiosi e storici.

Espone "Amor non prende ruggine" (prima versione) che vuole rappresentare l'amore che lega ancora due persone anziane con gesti d'affetto mentre la donna fila la lana con il fuso di legno e presenta "Uva e pesche" e "Meditazione e lavoro" nel 1879 a Monaco di Baviera dove sono acquistati. Nell'anno successivo partecipa all'Esposizione Solenne di Firenze del 1880 con quattro opere: "Amor non prende ruggine" (seconda versione), "Vittoria Colonna visita lo studio di Michelangelo", scomparso a Caldonazzo durante la Prima Guerra Mondiale (1914-18), "Piccolo prigioniero" (Fig. 51) del 1880 che raffigura un bambino melanconico, rassegnato, scalzo, seduto e legato con una corda alla gamba di una sedia della cucina e "Il piccolo cantiniere".

"Amor non prende ruggine" (n. 4) è una scena d'intimità tra due anziani che sostano in cucina presso il focolare, scambiandosi numerosi gesti d'affetto. Ritrae con estrema maestria e realismo i singoli particolari come gli oggetti della cucina, i tegami e la stufetta. La luce illumina il viso dei due anziani segnato dal tempo come a sottolineare che sono loro il centro focale della scena rappresentata. Mette in evidenza perfino in modo preciso le vesti e i tessuti al punto da farne quasi apprezzare lo spessore.

Nel 1881 partecipa all'Esposizione solenne di Firenze con "Uva" del 1881, "Piccolo prigioniero", "Girovaghi" (1878) venduto ad un collezionista di New York, "La vedova", "Piccolo cantiniere", "Studio e lavoro", "Verrà" e "La Mendicante" ed espone sette dipinti alla mostra nazionale di Milano al palazzo del Senato tra cui "Amor non prende ruggine" (seconda versione), "Piccolo prigioniero", "Istruzione della nonna", acquistato per 1.200 lire dal collezionista Val Schof di Londra, "Alla mia vecchietta", "La mendicante", "La vedova", comprato da un collezionista svizzero di Berna, "Nozze d'oro", ammirato dall'imperatrice d'Austria Sissi che visita personalmente le sale dell'esposizione e "Abile" del 1880.

"La mendicante" del 1881 (n. 5), rappresenta una giovane ragazza dal viso affilato, melanconico e dagli occhi incavati, che apre timidamente una porta per chiedere l'elemosina. L'opera, ricca di pathos, è racchiusa in un'originale cornice xilografata a spruzzo dall'artista raffigurante un'altra mendicante contornata da margherite, ora conservata presso il Comune di Ardore in provincia di Reggio Calabria.

Prati nella tela "La vedova" dipinge una donna vestita a lutto seduta su una sedia che tiene nelle mani il suo scrigno con i gioielli e davanti a lei un uomo che sta valutando con la lente il valore di un anello.

Nel dipinto "Abile", ritrae una giovane recluta in procinto di partire per il servizio militare mentre consola la sorella piangente (Fig. 52).

Eugenio è ispirato dal fratello Giulio Cesare, anche lui pittore, che proprio nel 1880 parte per il servizio militare come Landschützen (Tiratori scelti provinciali) nell'esercito austro-ungarico. La scena è ambientata nel soggiorno del molino Prati a Caldonazzo; a fianco della ragazza, che ha le sembianze della sorella Isabella, ritrae con estrema dovizia di particolari il cassettone, scalfito dalla baionetta di un francese durante l'invasione napoleonica del 1801. Come si può notare dall'autoritratto di Giulio Cesare (1882 circa) risulta evidente la somiglianza tra Giulio e il ragazzo rappresentato in quest'opera.

Nell'opera "Alla mia vecchietta" (n. 6) ritrae una tenera scena di quotidianità tra due anziani ambientata nella loro umile abitazione. Il vecchietto brinda in onore della moglie che gli ha portato il pranzo mentre era intento a svolgere il suo lavoro di calzolaio. Eugenio, manifestando le sue ottime abilità realistiche, ritrae i singoli particolari con estrema adesione alla realtà. Descrive le pieghe dei tessuti, le sfumature che la luce realizza sui tessuti, sugli oggetti e sul pavimento e perfino l'intonaco delle pareti sporco di fuliggine, fornendoci una fedele rappresentazione della realtà del tempo.

"Nozze d'oro" (n. 50), dipinta in tre versioni, la prima del 1880, la seconda del 1881 e la terza del 1896, rappresenta la festa del cinquantesimo anniversario di matrimonio; è ambientata a Villa Agnedo in inverno dove una coppia di anziani sposi, in costume tipico festivo della Valsugana orientale, scende da una scala in pietra coperta di neve, seguita dai figli, nuore e nipoti, avviandosi verso la chiesa, accompagnata in segno di festa dallo sparo in alto di due pistole, impugnate dai nipoti. Sullo sfondo la collina coperta di neve di Castel Ivano. Prati in questo dipinto di scuola realista nella terza versione si diletta persino a rappresentare le orme del passeggio sulla neve e il loro diverso colore.

Si è giunti ultimamente alla conclusione che esistano tre versioni confrontando le due fotografie d'epoca, una conservata presso l'Archivio di Ivano Fracena con la segnatura "E. Prati 80" (Fig. 53) e la seconda scoperta di recente, custodita presso un collezionista di Caldonazzo con la segnatura "E. Prati 1881" (Fig. 54), con la fotografia a colori del dipinto conservato alla Galleria Belvedere di Vienna e gentilmente concessa per la pubblicazione a colori per la prima volta, dove è apposta solo la firma "E. Prati" senza la data.

La seconda versione è presentata in seguito a numerose altre mostre tra cui: il Salon des artistes francais di Parigi del 1883, l'Esposizione Internazionale di Nizza del 1883-84 dove è premiato con la medaglia d'argento (Fig. 55), l'Esposizione italiana di Londra del 1888. Nel 1896, la terza versione per richiesta dell'imperatrice Sissi, è acquistata dall'imperatore Francesco Giuseppe ed ora si trova alla Galleria Belvedere di Vienna.

Dipinge "Ritorno dalla sagra di Santa Apollonia" (n. 7), dove due innamorati si dirigono a casa al tramonto dopo la giornata di festa passata a Spera in Valsugana. Siamo in inverno e precisamente il 9 febbraio, giorno di Sant'Apollonia, gli alberi sono brulli e il terreno ripido e scosceso è arso dal gelo. Entrambi stanno scendendo a valle: lei si appoggia alle spalle del suo ragazzo ed ascolta le sue dolci parole. Sullo sfondo la Pieve di Spera che svanisce nella sfumata luce del tramonto. Nello stesso anno esegue anche "Cristo morto" (n. 8), unica opera su tavola di noce di soggetto religioso dipinta assieme al carboncino "Gesù nell'orto degli Ulivi" (n. 21) del 1889 durante il periodo di Agnedo, conservato nel refettorio del Monastero San Damiano di Borgo Valsugana, sede dal 1984 dell'ordine delle suore Clarisse di clausura. Si tratta di un Cristo martoriato, carico di tensione emotiva, mentre riposa nel sepolcro avvolto in un candido lenzuolo dalle numerose pieghe che presenta ai suoi piedi i chiodi e la corona di spine, strumenti del supplizio della crocifissione. Il viso, segnato dalle ferite della corona di spine, esprime una profonda commozione dell'artista e il terreno su cui riposa avvolge l'intera figura grazie al sapiente uso dei colori dai toni caldi e morbidi. Dona il quadro ai frati Francescani del Monastero San Damiano di Borgo Valsugana che ogni settimana lo ospitano a pranzo. La data d'esecuzione di quest'opera, apposta a fianco della firma, è coperta dalla cornice e ciò ha fatto sì che gli studiosi di Prati pervenissero ad un'erronea datazione riferendola al 1884. In realtà l'esecuzione dell'olio è del 1881 come apposto dall'artista.

Nella recensione dell'esposizione di Milano al palazzo del Senato del 1881, Luigi Chirtani racconta ai lettori del "Corriere della Sera" come il pittore trentino abbia "...persa la bianchezza biaccosa che lo attristava o per meglio dire l'ha soffusa di un calore penetrante e leggero" realizzando "...uno stile originale e un'espressione animata dal sentimento di vita intima che distingue molti pittori inglesi".

La rivista "Fanfulla" il 30 dicembre 1881, descrivendo la mostra di Milano, commenta: "E quanta grazia, quante verità negli elementi, quanta espressione nella fisionomia, quale aristocratico tiepolesco, disinvolto colpo di pennello nei lavori di Eugenio Prati. La sua Mendicante, Il piccolo prigioniero, la Vedova, il Verrà?, Studio e lavoro mi sembrano cose bellissime. Perfino il suo grappolo d'uva ha una vita, che non si trova in altre diligenti imitazioni di frutta. Le uve degli altri sono morte; l'uva del Prati appare in comunicazione di linfa col ceppo, la leccatura artistica non ne ha spogliato la trasparente epidermide della polvere cerea che ne attesta la vigorosa maturità".

Nello stesso anno collabora con molti artisti trentini tra cui Bartolomeo Bezzi, Giovanni Pompeati, Andrea Malfatti ed altri alla pubblicazione della "Strenna Trentina" in beneficenza a favore dei bambini degli asili infantili come descritto nel giornale "Il Raccoglitore" del 20 gennaio 1881: "Il pittore Prati si presenta in una veste affatto originale. Nel suo bozzetto della "Carità" (Fig. 56), non solo ci dà un quadretto a contorni, ma riproduce gli effetti del chiaroscuro a lume di candela. Pare quasi impossibile che con l'autografia si possa riuscire a tanto effetto. Gli sprazi vivi di luce che si disegnano sul volto.

Sul grembiule e sullo scialle della donna pietosa che scende dalla scala fanno vivo contrasto coll'ombra fosca de' vestiti. Il chiarore della candela si diffonde tranquillo ad illuminare il gruppo dolce ed espressivo di quei tre fanciulli che affranti dalla fame e stanchi dal lungo cammino, chiedono quasi vergognosi il soccorso mentre da uno spiraglio della porta, si disegnano confuse le ombre della città a notte inoltrata.

Questo quadro solo basterebbe per provare che il Prati è nato artista. Ma vi sono nella Strenna alcune testine che accrescono, se è possibile, il merito dell'artista. Un moschettiere sinistramente adombrato dal largo cappellaccio, una vecchierella con gli occhiali sul naso che fila pacificamente, una vispa sposa di Tesino assorta in dolce mestizia, sono tutte creazioni amabilissime e di vero merito".

In questo periodo si reca molto spesso a Venezia dove esegue un pregevole "Interno della Chiesa di San Marco" databile intorno al 1882 di proprietà della Cassa Rurale di Caldonazzo, dove ritrae anche due figure femminili tra cui è riconoscibile la moglie Ersilia. Eugenio dimostra la sua bravura nella riproduzione dei chiaroscuri generati dai raggi di sole che filtrano dai finestroni della chiesa.

Nel 1882 nasce la prima figlia Raffaella (1882-1942) e all'Esposizione di Brera a Milano presenta "Divorzio" (n. 9) in cui la moglie Ersilia con la figlia Raffaella di pochi mesi si presta da modella e la prima versione di "Studio e lavoro"; espone "La vedova", "Piccolo prigioniero" e "Verrà?" (prima versione) alla Promotrice di Firenze.

Nel 1883 nasce il secondo figlio Angelico (1883-1960) e partecipa per la prima volta al Salon des Artistes Francais di Parigi presentando tre tele: "Nozze d'oro", "Abbandonata", e "Piccolo prigioniero", venduto a Parigi. Nello stesso anno espone all'Esposizione Nazionale di Belle Arti di Brera "Alba o in campagna". Prati il 12 settembre 1883 scrive a Victore Grubicy: "Ho ricevuto con mia grande soddisfazione lettera dall'amico Bezzi (Bartolomeo), che il mio dipinto che figura all'Esposizione di Brera "In campagna" piace moltissimo agli artisti di costì per la sua originalità: pure il Malfatti (Andrea) mi scrisse con maniere soddisfacentissime...".

Sempre nello stesso anno presenta con successo all'Esposizione Nazionale di Belle Arti di Firenze le opere "Ritorno all'ovile", "Evviva!" e "Alla mia vecchietta" e all'Esposizione Nazionale di Belle Arti di Roma cinque dipinti: "In autunno", "La mendicante", "Ritorno all'ovile", "La frutta o Contadino con canestro d' uva" e "Sequestro".

Nel 1883 prende parte anche all'Esposizione Internazionale di Nizza con l'opera "Abbandonata" venduta ad un collezionista di Londra e "Nozze d'oro", premiata con la medaglia d'argento. Vittore Grubicy vende due sue opere "Lezione della nonna" e "Piccolo cantinere" al prezzo di 450 e 350 lire.

Il Coccapieller nel "Raccoglitore" dell' 8 giugno 1883 segnala così la sua partecipazione: "Il Prati ha esposto alcuni quadri di pregio grande quantunque di dimensioni piccole. Sono circondati da una stessa cornice nera laccata di fregi d'oro, direi quasi una cornice giapponese: la è nuova od almeno all'esposizione è unica ma, quantunque sia bella non conferisce molto alla bellezza dei dipinti che sono "La mendicante", "L'ovile" e "La Frutta".

Queste ultime sono dipinte con una maestria veramente straordinaria. Quei grappoli d'uva sono così freschi, così veri che credo più di una mosca si sia tratta in inganno; nuoce alla bellezza della frutta e del quadro l'intromissione di una testa di contadino che regge il canestro colmo di tanta bella roba. "La mendicante" (n. 5) è un quadrettino rappresentante una povera fanciulla dei nostri paesi con la sportola al braccio, tutta lacera, che stende la mano ad accettare: il volto emaciato, gli occhi infossati, sono dipinti stupendamente. Bellissime sono pure le pecore nel "Ritorno all'ovile". Il Prati ha esposto pure un altro quadro, "Il sequestro" giudicato inferiore ai sopradetti".

Anche "L'Illustrazione Italiana" il 17 giugno 1883 commenta la partecipazione di Prati all'Esposizione Nazionale di Belle Arti di Roma: "Eugenio Prati è un Trentino che sta con i Veneziani, come Bezzi, non meno Trentino sta coi Milanesi. L'Illustrazione ha segnalato Prati da due o tre anni, ed ogni anno ha avuto motivo di rendergli le lodi più esplicite. Prima era duretto, un pò arido e gessoso di colorito, secchino negli impasti, egli si è venuto riscaldando e facendosi morbido senza cambiare natura; quest'anno si presenta coi difetti trasformati in qualità, la durezza è diventata precisione descrittiva, e nitidezza di forma; il bianchicchio gessoso s'è fatto perlino, trasparente e s'è un pò indorato diventando sobrietà di tono, la magrezza scomparsa sotto un leggero strato cellulare è rimasta allo stato di finezza di costituzione poetica: il tutto insieme forma una pittura che esala quel dolce profumo di sentimenti intimi che forma il fascino di certi pittori inglesi: non somiglia a nessun veneziano.

Egli ha fatto quest'anno un'altra cosa, le cornici come fa Michetti: ma non come le fa Michetti. Ha trovato certe cornici che mi sembrano di vetro dipinto di dietro, a fondo nero, con su foglie, pampini, grappoli d'uva, da far credere alle panzane degli uccelli che beccano l'uva d'Apelle e di Paolo Veronese.

Un genere affatto nuovo quelle cornici ed elegantissimo, bizzarro e simpatico, che poi si addice in modo singolare alle pitture che inquadrano rendendole ancora più fini e graziose. Questo pittore tratta soggetti campestri, pastorizie, contadinelle, pecore e agnelline, e senza fare dell'Arcadia spicca dai temi agresti un'eleganza piena di seduzioni e di fascino". Nel 1883 dipinge anche l'inedito dipinto dal titolo "La processione" (Fig. 57) e "Alla fontana" (Fig. 58) ambientate entrambi ad Agnedo.

All'Esposizione Nazionale di Torino del 1884 espone sette quadri tra cui "Idillio", "Uva", "Momento propizio", "Fate pace", "La mendicante", "In autunno" e "Alba o in campagna". L'opera "Momento propizio" ritrae una vecchia che si addormenta mentre lavora a maglia, il gatto che gioca con il filo approfittando di non essere visto e il nipote che cerca di rubarle un grappolo d'uva.

Luigi Chirtani in "Corriere della Sera" del 23-24 settembre 1884 commenta il dipinto "Idillio" (n. 10) definendolo: "...una vera poesia di silenzio amoroso, di linee e di profili spiccati sulle tinte modernamente accese di un tramonto roseo". Infatti, il quadro rappresenta un pastorello sdraiato sul prato in contemplazione di una giovane fanciulla che finge di ignorarlo e cerca di concentrarsi sul ricamo. Seduta sulla cima del colle di Agnedo con un agnellino bianco ai piedi, la sua esile figura si staglia sul panorama della Valsugana tra il monte Fravort, la Panarotta e il profilo di Castel Telvana che sovrasta la valle sopra Borgo.

Nello stesso articolo Chirtani descrive anche le sue cornici: "Talora, come ne ha dato esempio il Michetti, dipinge anche le cornici, ma diversamente del maestro di tocco, con un miscuglio bizzarro di fogliame a spruzzo e figurine a chiaro scuro giallastro su fondo nero di lacca lucida nel quale fa piccare di quei grappoli d'uva che ricordano gli uccelli di Zeusi, raggiungendo una perfezione di lavoro singolarissima, bizzarra e sopramodo aggraziata".

La baronessa Giulia Turcati descrive così la sua visita alla mostra di Torino: "1884 - 8 maggio (Torino): ammirate le tele di Favretto, Dall'Oca, Giudici, Santoro, Mariani, Calderini, Gignous, Carcano e Bezzi, il più sobrio e casto ammiratore della natura, con colori di squisita finezza, con soggetti poetici e delicati apprezzabili tanto nello studio, ma che si perdono nella fanfara di certi colori gialli, rossi e blu. Prati espone una bella uva e quadri di genere di grande merito". Sempre nello stesso anno partecipa all'Esposizione di Firenze con "All'ovile", "Alla mia vecchietta" ed "Evviva!". Nasce il terzo figlio Guido (1884 - 1967).

Nel 1885 espone "Timore" (n. 11) all'Esposizione di Brera a Milano, definito per la tecnica dal critico Luigi Chirtani sul "Corriere della sera" del 2 ottobre 1885: "...La più grande bizzarria di un grande ingegno di pittore". Due ragazze in un ambiente esterno indefinito, dopo aver letto una lettera, rivolgono lo sguardo una a destra e l'altra a sinistra nel timore di essere viste. La pittura di Prati in questo dipinto diventa meno precisa rispetto a quella degli anni precedenti, più sfumata con colori meno accentuati e meno brillanti. A fine settembre "L'Italia" pubblica una recensione su "Timore": "Un quadro da indovinarsi, pel modo strano con cui è dipinto, per l'incerto che vi domina è il Timore di Eugenio Prati, pittore che un tempo finiva i suoi lavori con una cura così minuziosa da riuscire esagerata. I suoi colleghi in arte lo avevano battezzato quello del baule, perché alcuni anni or sono espose un quadro (Divorzio) nel quale era appunto riprodotto un baule di cui si contavano ad uno ad uno i peli della pelle ond'era coperto. Quest'anno il Prati è saltato nell'eccesso opposto col suo Timore". L'opera è stata per molti anni di proprietà del pittore Angelico Dallabrida (1874-1959), avuta forse in dono dal suo amico e maestro Eugenio. Durante la Prima Guerra Mondiale il braccio destro della ragazza seduta è stato lesionato dal fuoco nell'incendio dell'abitazione di Dallabrida a Caldonazzo ed il dipinto è stato in seguito restaurato dallo stesso in modo non perfetto.

Nel 1885 realizza anche "Vezzo di coralli" (n. 12) che ha come protagonista una giovane ragazza che si trova di fronte all'abside della chiesa di Agnedo e alle case del proprio paese, tra cui si scorge anche la casa di Ersilia e di Eugenio, illuminate dal sole, mentre porge nella penombra lo sguardo su una collana di coralli tenuta sulla mano destra, probabilmente appena regalata.

Il 25 aprile 1886 la Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente di Milano inaugura la sua nuova sede e, alla mostra organizzata per l'occasione, Prati espone "Tempesta a ciel sereno" del 1886 e "Uomo che piange è preso", acquistato per 500 lire dalla Società per andare in dono ad uno dei soci sorteggiato a sorte.

L'opera "Tempesta a ciel sereno" (n. 13) riproduce il dialogo tra due giovani fanciulli seduti su una scalinata interrotto improvvisamente dall'arrivo di un'anziana signora. Quest'ultima, protesa in avanti sferzando un rametto di un albero, richiama concitatamente il giovane con l'intento di allontanarlo dalla ragazza che è impegnata a filare la lana all'arcolaio. La vecchietta decide di interrompere la conversazione, sia perchè è motivo di distrazione per la giovane che sta svolgendo le sue mansioni quotidiane, sia perché all'epoca era sconveniente che una donna non sposata trascorresse del tempo sola con un ragazzo. Questo dipinto pertanto descrive un altro interessante spaccato di vita quotidiana del tempo rappresentando, come molte altre opere di Eugenio, una fonte insuperabile di informazioni sugli usi e costumi trentini dell'epoca.

Dell'opera "Uomo che piange è preso", rimane il bozzetto preparatorio presso la famiglia, una fotografia d'epoca (Fig. 59) ed un'eloquente descrizione di Benapiani e Barattani riportata su "Ars", il volume di appunti critici pubblicato in occasione della mostra di cui citiamo uno stralcio: "Due innamorati, che devono avere avuto qualche ragione di bisticciarsi, seguono vicino l'uno all'altra: lei ha l'aspetto imbronciato, di malumore; lui piange e ha il volto mezzo coperto; muto testimone della piccola querelle d'amants, l'arcolaio che ha cessato i suoi giri perché la bella ragazza ha altro pel capo che il lavoro. Nell'atteggiamento dei due c'è molta naturalezza; l'espressione della collera passeggera nel viso della giovane è efficace come lo è l'atteggiamento addolorato dello spasimante avvilito. Curiosa questa maniera del Prati: a prima vista pare che si sia servito soltanto del nero fumo e poi ogni oggetto si distingue con una trasparenza miracolosa. Certo è che il Prati ha una pittura sana, positiva e un'ingenuità soavissima di temi che gli si presentano senza tregua là tra i monti natii del suo Trentino".

Compie il ritratto di "don Giuseppe Grazioli" (Fig. 60), tutore della moglie, donato al Municipio di Trento nel 1889 e firmato e datato solo in tale occasione. Il ritratto, ora conservato presso il Museo Storico in Trento, è di grande espressività: spicca la sua barba bianca e soffice che conferisce lucentezza al volto ed i suoi occhi penetranti che trasmettono all'osservatore la gran bontà del sacerdote, descritto nella sua veste di uomo, piuttosto che di religioso.

Espone nel mese d'agosto dello stesso anno tredici dipinti ad una sua mostra personale a Levico in Valsugana in una stanza al piano terreno della Villa di Antonio Sartori ora Hotel Bellavista. Come descrive il "Raccoglitore" del 5 agosto 1886 sono presentati: "Uva", "In Autunno", "Nozze d'oro", "Abbandonata", "All'ovile", "Verrà", "Alla mia vecchietta", "Evviva!", "Sequestro", "Ritratto di don Giuseppe Grazioli", "Una disgrazia", "Tempesta a ciel sereno" e "La mendicante".

Successivamente invia tre quadri alla mostra annuale di Brera: "Abbandonata", "Ritorno all'ovile", "Tempesta a ciel sereno" e partecipa alle esposizioni promosse dalle Società Promotrici di Genova con "Abile" e "Traditore" e di Firenze con "Piccolo prigioniero" (seconda versione), "Per i miei poverelli", "Per la mamma" e "Sono soldato".

Nel 1887 espone a Venezia presso la Società promotrice di Belle Arti una piccola rassegna di tele: "Abile" (1880), "Traditore" (1883), "Il tempo è denaro" (1886), "Verga magica" (1887), "In attesa dello sposo" (1887), "Ancora un momento" (1887) e "Ritorno da Massaua" (1887).

In "Ancora un momento", di cui esistono tre versioni di cui una incompiuta (n. 14), Prati descrive gli scherzi e i sorrisi scambiati tra due innamorati; la ragazza, seduta su una panca, nasconde dietro la schiena il cappello dell'uomo per costringerlo, come spiega il titolo, a fermarsi ancora un momento indicandogli con il dito la sedia da cui si è appena alzato. Due versioni di questo quadro ritraggono i soggetti all'interno di un'abitazione, mentre la terza è ambientata a Venezia e presenta sullo sfondo la chiesa della Salute.

Luigi Chirtani in "VI Esposizione nazionale artistica, Venezia 1887" così commenta l'opera "Ritorno da Massaua" acquistata dalla Società di Belle Arti di Venezia: "Nei monti natii quando la neve li copre ancor tutti, il tipo fiero e bruno riarso dal sole stacca dallo sfondo come un carbone caduto su d'un lenzuolo di bucato. Il bersagliere è perfetto, possiede tutta la serietà unita alla vivacità che rende tanto simpatico e popolare questo corpo" e "Abile": "Un coscritto, dichiarato buono pel servizio militare, si licenzia dalla sua bella, vicino alla di lei casa, sulla via. Essa piange e lui s'è messo sul cappello a cencio una dozzina di penne da piumetto di bersagliere e fa un po' il bulo".

"Traditore", acquistato da miss Anghel di Londra, raffigura una ragazza la quale avendo scorto il proprio fidanzato con un'altra, indignata, spezza la rocca dell'arcolaio e distoglie lo sguardo per non vederlo. Vittorio Zippel (1860-1937), editore, sindaco di Trento e senatore in "Archivio Trentino" del settembre 1907 descrive con queste parole l'opera intitolata "Traditore": "Un altro dipinto eccellente è Traditore, eseguito ad Agnedo. Sul di questo quadro una bella e robusta contadina che tiene tra le mani l'arcolaio, un po' nascosta dietro un cancello, scopre non molto lungi il suo damo che, credendosi non veduto, se la intende con un'altra fanciulla; questa composizione, che ha per sfondo delle bellissime case rustiche, è dipinta con squisita virtuosità di pennello e costituisce una delle più interessanti e simpatiche creazioni del Prati".

Luigi Chirtani in "Illustrazione Italiana" del 24 luglio 1887 così commenta il dipinto "In attesa dello sposo" (Fig. 61): "Bella pagina dei costumi trentini dove trovi l'espressione delle qualità morali e della robustezza fisica delle belle montanare" e poi conclude: "Sono tutte composizioni piene di vivacità, di garbo e dipinte con una genialità di colorista affatto speciale, che fa di questo pittore un tipo dei più spiccati nella schiera dei buoni pittori italiani".

Nello stesso anno Prati (Fig. 62) espone a Milano al palazzo della Permanente: "Sono soldato" acquistato dalla Società organizzatrice e concesso poi ad uno dei soci estratto a sorte, "Piccolo prigioniero", "Per i miei poverelli" e a Firenze "Per la mamma" e "Tempesta a ciel sereno".

Nel dicembre dello stesso anno, su proposta del professor Stefano Ussi, è nominato membro onorario dell'Accademia fiorentina delle Arti del Disegno per il suo dipinto "Momento propizio" del 1887.

Il noto critico d'arte Luigi Chirtani in "Illustrazione Italiana" del 13 novembre 1887 interpreta così l'opera "Il tempo è denaro" (n. 15): "Ecco una famiglia nella quale non si sciopera. È un'immagine fedele d'un interno di casa in un'alta vallata alpina del Trentino, patria del bravo pittore Prati, nostra vecchia conoscenza. Nell'Inghilterra, ove egli vende la massima parte de' suoi quadri, questo proverà che non sono soli gli Inglesi a odiare il dolce far niente, e che il proverbio Time is money ha una traduzione italiana negli usi casalinghi dei nostri montanari. Siamo in autunno, la stagione è ancora buona, non s'è accesa la stufa, ma essa è come il ritrovo dei componenti la famiglia.

La ragazzina vi si è appollaiata sopra, senza sospettare che facilita all'artista la linea armonica della composizione. Il vecchio e l'uomo di casa sgranano il formentone; la giovine sposa, come tutte le donne dei paesi dove si portano sul capo pesi e anfore, è ritta sulla sua sedia come una regina sul trono: questa posa non è una posa né una esagerazione, ma esprime con naturalezza il sentimento austero che la madre di famiglia virtuosa, prova anche da giovane, appena dopo sposa è fatta madre e si trova alla testa d'una casa.

La vecchia, che ha cedute le cure e gode della famiglia nuova che è cosa sua, è la più allegra, e arriva anch'essa ove tutti lavorano, recando il mulinello per filare la canapa e il lino. Questo quadro ha le qualità alpine di tutte le composizioni del Prati montanaro per eccellenza: la gentilezza accoppiata alla austerità e al contegno serio".

Nel 1887 muore di tifo il pittore realista veneziano Giacomo Favretto (1841-1887), grande amico, conosciuto all'Accademia di Venezia ed al suo funerale Prati onora l'amico trasportando sulle spalle la bara assieme ad altri uomini.

La città di Londra il 12 maggio 1888 inaugura l'Esposizione italiana di Belle Arti, organizzata da Victore Grubicy, ed Eugenio Prati vi partecipa su sua sollecitazione con "Nozze d'oro", "Pioggia d'oro" (1888) e un altro dipinto. Vengono presentati altrettanti dipinti di grande bellezza dei migliori artisti italiani dell'epoca come "Vacca bruna all'abbeveratoio" (1887) di Giovanni Segantini, "Amore materno" (1873) e "High Life" (1876-77) di Tranquillo Cremona, "I ragazzi Troubetzkoy col cane" (1874) di Daniele Ranzoni, "Alle cucine economiche di Porta Nuova" (1886-87) di Attilio Pusterla, "Venduta!" (1884) di Angelo Morbelli.

Victore Grubicy de Dragon (1851-1920), pittore, critico e mercante, è stato un personaggio cardine per la diffusione dell'arte italiana all'estero a cavallo tra '800 e '900, soprattutto per le opere di artisti che hanno abbracciato le tecniche del divisionismo e per la divulgazione dell'arte francese, olandese e belga nel nostro paese.

Nel 1888 il suo desiderio di organizzare una mostra importante di artisti italiani all'estero si realizza con la presentazione a Londra di 54 opere dei migliori artisti italiani. Gli artisti scelti da Grubicy sono quelli più affermati nel panorama artistico di quel tempo: Giovanni Segantini, vincitore della medaglia d'oro ad Amsterdam nel 1883, Eugenio Prati, vincitore della medaglia d'argento a Nizza nel 1883, Angelo Morbelli, Attilio Pusterla, Achille Tominetti, Giuseppe Giani, Mario Quadrelli e i due maggiori esponenti della scapigliatura milanese Tranquillo Cremona e Daniele Ranzoni.

Come risulta dalle lettere tra Grubicy e Prati, conservate presso il Mart di Rovereto, tra i due dal 1882 nasce un rapporto commerciale e tale collaborazione è stata fondamentale per permettere la diffusione delle opere di Prati all'estero.

La prima lettera di Prati, spedita a Grubicy il 30 agosto 1882, testimonia l'inizio del rapporto commerciale tra i due: "...Quando vedrò che lei farà buoni affari anche con i miei dipinti cercherò sempre di spedirgliene di nuovi...". L'anno successivo il 3 ottobre 1883 Prati scrive a Grubicy, che gli richiede delle opere da vendere: "...Le nozze d'oro sono ancora a Parigi. Ho conceduto dietro dimanda di far il disegno per la pubblicazione. Pure l'Abbandonata si trova colà. Mi dispiace che tanto uno che l'altro sono ormai insinuati (promessi) e per i 10 corr. Li consegneranno al palazzo dei Champs-Eliseès di Parigi; per poi inviarli a spese dell'amministrazione nel locale dell'Esposizione Internazionale di Nizza. Se mai a qualche amatore piacesse la fotografia, potrebbe acquistarlo anche all'Esposizione. Nel caso contrario tengo qualche altro quadretto con cornici a spruzzo fato da me, che il Fontana nelle sue critiche le chiama graziosissime".

In seguito è stato proprio Gubricy a convincere Prati ad avvicinarsi alla pittura simbolista d'oltralpe; nel 1888 a Londra presenta la sua prima tela simbolista "Pioggia d'oro" (n. 16), un'opera pregna di misticismo e di spiritualità, in cui descrive la comunione tra realtà e divinità. Infatti, rappresenta una giovane donna che guarda dolcemente ed amorevolmente quello che probabilmente è il suo bambino circondata da una luce dorata. Eugenio potrebbe aver voluto rassicurarci, alla luce della sua profonda fede, su come l'uomo non sia solo al mondo ma sia sempre protetto dalla luce e dall'amore di Dio. La scala potrebbe anche rappresentare il simbolo della possibilità per il fedele di avvicinarsi gradualmente a Dio mediante una vita retta ed onesta.

Presenta "In attesa dello sposo" e "Tempo è denaro", già segnalati dalla stampa alla mostra nazionale di Venezia del 1887, all'Esposizione Nazionale di Bologna e "Tempesta a ciel sereno" del 1886 all'Esposizione della Società di Belle Arti di Firenze.

Nello stesso anno dipinge la seconda versione di "Studio e lavoro" (n. 17) in cui rappresenta la nonna mentre lavora a maglia e controlla sul libro la lezione della nipotina; realizza anche "Inverno" (n. 18), paesaggio invernale ad Agnedo, che ha per protagonista una vedova, tutta vestita di nero che con il proprio bambino percorre mestamente una strada innevata in prossimità di Castel Ivano rappresentato sullo sfondo e "La lettera" (Fig. 63).

Soggiorna nel 1889 a Venezia per lavorare al dipinto "Primi fiori a Venezia" (n. 19). La tela, di tonalità calde, è ambientata sulle scalinate del ponte della Paglia, dove due ragazze si fermano presso un venditore per acquistare i primi fiori primaverili. Dino Bonari, nella recensione della tela, scrive nel 1955: "L'opera, che può tenersi tra le somme e fondamentali dipinte da Eugenio Prati, è "Primi Fiori", toccato da una delicatezza così splendidamente signorile, dipinto con la bravura propria di un autentico maestro, dominato in ogni suo attimo e limite, da una perfetta coscienza del problema pittorico; è un'opera questa che sotto molti aspetti potrebbe portare le somme firme di un Favretto, di un Nono, ma ben differenziata da un gusto più dolce e affinato, così attinente alla personalità dell'autore...".

Eugenio mentre si trova a Venezia a lavorare allo sfondo per il dipinto "Primi fiori a Venezia" scrive una lettera al fratello Giulio a Milano (lettera del 15 giugno 1889): "Ho sentito con sommo piacere dalla lettera che hai scritto al caro Dante che vieni a trovarci qui a Venezia. Certo ti farà grande impressione questa splendida città. Io continuo con lena a lavorare dietro al mio quadro. Dimani, Domenica, vado col Dante sulla riva degli Schiavoni ad ultimare lo studio pel fondo del sudetto dipinto. Ti raccomando, come ripeto, di andare qualche giorno avanti la tua partenza dal Signor Grubicy, e sollecitalo a darti l'importo che mi preme...".

A Venezia dipinge anche altri numerosi paesaggi inediti tra cui "Tramonto sulla laguna di Venezia" (n. 20), conservato sempre in famiglia e mai esposto: sul retro della tavola si legge l'iscrizione "Eugenio Prati-Caldonazzo 26 dicembre 1942-Regalo della Zia Emilia Prati (figlia di Anacleto, fratello di Eugenio)". In quest'opera, mettendo in pratica i suoi studi sull'uso del colore, riesce a rendere sulla tavola il movimento dell'acqua leggermente increspata dalle onde e le varie tonalità di rosa e azzurro del cielo nella suggestione di un tramonto. Su questo sfondo così realizzato si staglia una barca a vela di pescatori ormeggiata su uno scoglio.

Sempre nel 1889 partecipa a Torino al Concorso internazionale di pittura, scultura e disegno per una testa raffigurante Gesù Cristo con un originale ed espressivo carboncino su carta, inedito, dal titolo "Gesù nell'orto degli Ulivi" (n. 21). Prati descrive i momenti iniziali della passione di Gesù Cristo sul monte Getsemani a Gerusalemme mentre inginocchiato prega; un viso affranto, debilitato e coperto da gocce di sudore che si trasformano in sangue con la schiena ricurva in un'espressione di profonda sofferenza e alle spalle tre figure, appena abbozzate: i suoi discepoli. Riportiamo dei versi del Vangelo che descrivono questo episodio. Dal Vangelo secondo Luca 22, 39-46: "Gesù se ne andò, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. Giunto sul luogo, disse loro: Pregate per non entrare in tentazione. Poi si allontanò da loro quasi un tiro di sasso e, inginocchiatosi, pregava: Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà. Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo. In preda all'angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra. Poi rialzatosi dalla preghiera andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. E disse loro: Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione".

Partecipa con "Gioco innocente" del 1889 (n. 22), insieme con altri quattro dipinti, all'Esposizione Internazionale Glaspalast di Monaco di Baviera con il numero 205 e in questa circostanza riesce a trovare un acquirente. Si tratta di un delizioso ritratto di una sorridente bambina, dal viso dai lineamenti delicati e candidi, con il suo gattino che gioca con il filo di lana, dai colori grigi e freddi ma di mirabile espressione di dolcezza. Colpisce la serenità dello sguardo compiaciuto della bimba e la delicatezza con cui regge il filo con il mignolo rivolto verso l'alto in un gesto d'ingenua aristocrazia.

Dipinge "Vecchiaia laboriosa" (n. 23), ambientato nelle caratteristiche viuzze di Agnedo, in cui ritrae un anziano che procede lentamente, sotto il peso della propria vecchiaia, spingendo la sua carriola. Spicca sullo sfondo davanti al monte Lefre una donna nelle vesti tipiche del tempo con il classico fazzolettino rosso sul collo ed un pozzo sulla sinistra inserito in una volta scolpita nella roccia.

È del 1890 circa un pregevole disegno a carboncino dal titolo "Madre con bambino" (n. 24) che rappresenta un meraviglioso studio sulla luce. Per realizzare il fascio di luce che investe il volto della giovane donna sfrutta il bianco della carta stessa mentre sfuma il carboncino per ritrarre la folta chioma riccia mossa dal vento in cui si distinguono i singoli boccoli. La madre tiene a sé il bambino di cui s'intravede solo la testina e guarda l'orizzonte avanti a sé.

Nello stesso anno dipinge "Uva con ritratto di donna" (Fig. 64), singolare tela in verticale, in cui raffigura persino una mosca tra i grappoli d'uva e la tela "Pozza di Lefre" (n. 25), ambientata sul monte Lefre in cui ritrae una giovane ragazza che volge lo sguardo verso la superficie d'acqua di uno stagno. Inserisce la figura umana nella natura senza desciverne realisticamente i singoli particolari esaltando la profonda comunione dell'uomo con la natura. Utilizza pennellate decise e a tratti graffianti per rappresentare la dinamicità della natura ed in particolare il movimento dei ciuffi d'erba e il contrasto di colore tra le varie tonalità di verde.

Espone nel 1891 con buon esito alla Prima Triennale di Brera "Uva e pesche" (n. 26), "Otello" e "Un raggio di sole" così descritto in "Esposizione Triennale di Belle Arti": "Tenta un effetto di luce mettendo il colore schietto a macchie: e la figuretta di contadinella ne risulta assai viva". Alla mostra degli amatori e cultori di Belle Arti di Roma presenta "Tempesta a ciel sereno" e "Girovaghi" (seconda versione del 1889) e alla mostra della Permanente di Milano quest'ultimo è acquistato dalla Società organizzatrice al prezzo di Lire 550 e dato in sorteggio ad un membro del Consiglio Provinciale di Milano (Fig. 65). L'opera rappresenta un ragazzo che suona la chitarra ed una ragazza che canta chiedendo un'offerta ad una donna seduta davanti all'arcolaio.

"Otello" (n. 27), presentato alla prima Triennale di Brera del 1891 assieme ad altre opere innovative come la "Maternità" del ferrarese Gaetano Previati e "Le due madri" di Giovanni Segantini, ha un importante valore nella vita artistica di Prati perché è da annoverare tra le sue prime opere simboliste assieme a "Pioggia d'oro". È un omaggio a Giuseppe Verdi, raffigurato mentre, seduto al pianoforte, con una visione ispiratrice compone, alla luce di una lampada ad olio, il quarto atto del dramma lirico Otello. L'opera, tratta dalla tragedia di William Shakespeare, è stata presentata alla Scala per la prima volta nel 1887.

Nella parte alta del dipinto Prati raffigura Otello in piedi a lato del letto nuziale dove giace immobile Desdemona avvolta in candide lenzuola a dimostrazione della sua purezza. Non è perfettamente chiaro se Eugenio avesse avuto l'intenzione di rappresentare il momento precedente all'omicidio della moglie strangolata perché travolto dalla gelosia per una falsa accusa d'adulterio o quello immediatamente successivo all'uccisione. In ogni caso Prati intende alludere all'evento senza però soffermarsi su particolari cruenti e sanguinolenti dimostrando una sorta di rispetto reverenziale per la sensibilità del fruitore del dipinto.

Esegue nel 1891 "San Luigi" (Fig. 66) per la Chiesa Arcipretale di Pergine, ora in deposito a Trento da quindici anni presso il Museo Diocesano Tridentino di Trento. Questa tela è stata finora dagli studiosi del Prati erroneamente datata 1895, mentre sulla tela è dipinta in basso a sinistra la data 1891.

In inverno partecipa all'Esposizione Nazionale di Palermo con "Uva e pesche" e "Un raggio di sole". Dipinge "Piccolo chitarrista", graziosa e minuta opera in cui raffigura il nipote di due anni Eriberto Prati (1889-1970) mentre suona la chitarra, conservata ora in Uruguay e "Minatori", due scalpellini che estraggono le pietre da una cava di cui si conserva una fotografia scattata dallo studio artistico G. Bendelli di Trento con il timbro "4 giugno 91".

Alla fine di maggio del 1892, appena terminato, uno dei suoi più celebri capolavori, "Primi fiori a Venezia" è esposto nella sala maggiore del Municipio di Trento prima di essere inviato alla mostra delle celebrazioni Colombiane di Genova e da lì all'esposizione internazionale di Chi